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Lukas Sternath debutta a Santa Cecilia. Daniele Gatti guida il viaggio nel Romanticismo tedesco

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Gatti©Anne Dokter

Il direttore milanese Daniele Gatti ritrova l’Orchestra di Santa Cecilia per un programma interamente dedicato al Romanticismo tedesco, con il debutto romano del giovane pianista Lukas Sternath.

Siamo stati all’ultima replica del concerto che ha visto Daniele Gatti tornare sul podio della Sala Santa Cecilia, chiudendo il mese di gennaio con un programma interamente consacrato al cuore della tradizione romantica tedesca. Un ritorno che non ha il sapore dell’evento mondano, ma piuttosto quello di un nuovo capitolo in una relazione artistica di lunga data, costruita negli anni tra il direttore milanese e l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Il cartellone, replicato il 29 e 30 gennaio alle ore 20 e il 31 gennaio alle ore 18, disegna un arco espressivo ben riconoscibile: da Brahms a Schumann, e di nuovo a Brahms, come se il concerto volesse muoversi tra architettura e confessione, tra disciplina formale e tensione lirica.

Dopo l’apertura affidata alle Variazioni su un tema di Haydn di Brahms, il cuore della serata si concentra sul Concerto per pianoforte di Robert Schumann.

Lukas Sternath© Thomas Rabsch

Ed è questo il centro emotivo del programma affidato a Lukas Sternath, al suo debutto con l’Orchestra di Santa Cecilia. Classe 2001, viennese, Sternath arriva a Roma preceduto da una carriera già costellata di riconoscimenti importanti.

C’è un momento, dopo i pochi minuti introduttivi del Concerto, in cui tutto si sospende: il tempo sembra fermarsi e si apre la sonata del pianoforte, dolce e intima, per poi trasformarsi, in contrasto, in un divenire impetuoso che non torna più all’origine. È come un mutamento, una contaminazione che si trascina dietro un cambiamento irreversibile.

Quando il pianoforte cede la melodia all’orchestra per poi riprenderla, Daniele Gatti si volta, guarda Lukas Sternath, esprimendo la sua compostezza accademica. È un dialogo che continua per tutta l’esecuzione di una composizione che vide la sua prima esecuzione nel 1845, con Clara Schumann al pianoforte. Il virtuosismo pianistico raggiunge qui la sua massima espressione, attraversando l’intimità dell’Andantino grazioso per concludersi nell’Allegro vivace, dove il pianoforte può finalmente emergere nella sua esplosione musicale.

Gatti accompagna questo percorso con accenni di movimento del corpo, rivolgendosi ora agli archi, ora al pianista, sostenendo il crescente impeto imposto dalla scrittura schumanniana. La composizione esulta, sorretta da un dialogo costante e teso con l’orchestra, che non è mai semplice accompagnamento ma parte viva del discorso musicale.

Nella seconda parte del concerto torniamo a Brahms con la Sinfonia n. 3 in fa maggiore op. 90. Nell’Allegro con brio trionfano gli archi; il clima cambia con l’Andante, dai caratteri meditativi, che sembra quasi assumere il passo di una danza. Il Poco allegretto fa fremere il pubblico per la sua dolcezza: elegante, struggente, sospeso. La conclusione nell’Allegro riporta l’orchestra a un pieno trionfo d’insieme, dove le parti convergono ritornando al tema iniziale, come in un cerchio che si richiude.

È una sinfonia che non concede facili appigli e che chiede al direttore una visione coerente, capace di tenere insieme tensione e misura.

Roma, Auditorium Parco della Musica 19 09 2023
Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

In questo contesto, l’intesa tra Daniele Gatti e l’orchestra emerge come uno degli elementi centrali della serata. Un dialogo costruito nel tempo, che attraversa il grande repertorio sinfonico e che qui si misura con due autori cardine dell’Ottocento tedesco, diversi per temperamento ma uniti da una comune, profonda esigenza espressiva.

Un concerto che si offre dunque come percorso, più che come semplice successione di brani, e che lascia spazio a molteplici livelli di lettura: storici, formali ed emotivi. Ed è proprio da qui che si apre il terreno per una riflessione critica più approfondita.

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