Alla Sala Umberto fino al 18 ottobre, Gabriel Calderón rilegge Shakespeare attraverso un monologo che è insieme esercizio d’attore, riflessione sull’identità e denuncia della condizione del teatro contemporaneo. Francesco Montanari conquista la scena e accompagna il pubblico in un viaggio tra ambizione, cultura e necessità di continuare a recitare
Appena si apre il sipario, lo sguardo viene catturato dalla scenografia di Paolo Di Benedetto: una grande struttura quadrata in legno, un palco nel palco, attraversato da un sistema di carrucole, corde e lacci, dove anche le luci contribuiscono a rendere visibile il meccanismo della rappresentazione. Non c’è soltanto una scena da osservare, ma un mondo da esplorare. Lo spazio è aperto, lascia intravedere il retroscena, mostra ciò che normalmente resta nascosto agli occhi dello spettatore. È il teatro che rivela se stesso, il luogo in cui si costruisce la finzione e, insieme, si lascia affiorare qualcosa di più intimo: il dietro le quinte dell’anima dell’attore.

È in questo spazio che Francesco Montanari dà corpo a Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III, scritto e diretto da Gabriel Calderón, liberamente ispirato al capolavoro di William Shakespeare. Un classico attraversato da un salto nel passato e da un tuffo nel presente, dove il confine tra attore e personaggio si fa sempre più sottile, fino a diventare il vero terreno di gioco dello spettacolo.
La scenografia non è soltanto un contenitore, ma una metafora del lavoro teatrale: ogni corda, ogni struttura, ogni elemento sembra alludere a un sistema di relazioni e tensioni che tiene insieme la rappresentazione. Tutto è visibile, persino ciò che dovrebbe rimanere nascosto. Ed è proprio questa esposizione del meccanismo a suggerire che, dietro ogni personaggio, esiste un lavoro silenzioso di costruzione, fatto di studio, tentativi, disciplina e trasformazione.
Montanari ripete lo stesso gioco attraverso i costumi di Gianluca Sbicca. Si spoglia lentamente dei diversi abiti, lasciando emergere, strato dopo strato, le molteplici sfaccettature del personaggio. Il costume diventa una seconda pelle, una maschera da indossare e poi abbandonare, un’identità provvisoria che si sovrappone alla precedente. Togliersi un abito significa allora liberarsi di una parte di sé, oppure rivelarne un’altra? In questa continua metamorfosi, il corpo dell’attore diventa il luogo in cui si incontrano e si scontrano le diverse identità che abitano la scena.
Calderón non si limita a rileggere Shakespeare: ne utilizza la materia drammaturgica per interrogare il mestiere dell’attore, le sue ambizioni, le sue frustrazioni e il suo bisogno di essere riconosciuto. Il Riccardo III che vuole conquistare il trono si specchia nell’interprete che desidera conquistare il proprio posto nel mondo del teatro. Due figure separate dai secoli, ma unite dalla stessa domanda: quali ostacoli bisogna superare per ottenere ciò che si desidera?
Montanari è l’interprete di questo continuo slittamento. La sua prova si regge sulla precisione della parola, sulla tenuta di un monologo che supera l’ora di durata e su una memoria impressionante, capace di sostenere un testo articolato senza che la tensione drammaturgica perda intensità. La dialettica shakespeariana trova nella sua voce un ritmo che alterna riflessione, ironia, rabbia e provocazione. Le parole non sono soltanto pronunciate: vengono lavorate, cesellate, restituite al pubblico con una musicalità che ne valorizza la complessità.
Non c’è un momento in cui l’attenzione venga lasciata libera di disperdersi. Il pubblico rimane sospeso, coinvolto in un gioco che stuzzica la mente e appaga l’udito, mentre il protagonista passa da una dimensione all’altra senza mai interrompere il dialogo con chi assiste. La scuola di teatro, lo studio del personaggio, la ricerca della voce e del gesto, il rapporto con il regista: nulla viene tralasciato in questo spazio-tempo virtuale nel quale il passato shakespeariano incontra il presente dell’attore.
E poi c’è il cinghiale. L’immagine evocata dal titolo diventa una chiave metaforica per avvicinarsi a Riccardo III, alla sua natura istintiva, alla fame di potere che lo spinge a eliminare ogni rivale. Ma il cinghiale sembra appartenere anche all’attore, chiamato a farsi strada in un ambiente competitivo, a difendere la propria identità e a trovare una voce che gli consenta di esistere. Il personaggio e chi lo interpreta finiscono così per condividere la stessa arena: uno combatte per il regno, l’altro per il diritto di stare sul palcoscenico.
È qui che lo spettacolo cambia profondamente registro. Quello che inizialmente appare come un raffinato esercizio metateatrale si trasforma progressivamente in una riflessione sulla condizione dell’attore e sul valore stesso della cultura. La finzione si incrina, la rappresentazione si fa più aspra e la voce del personaggio diventa lo strumento attraverso cui portare alla luce una realtà scomoda.
Montanari dà voce alla frustrazione di un attore che perde la compagnia, che non si sente apprezzato, che si domanda quale prezzo debba ancora pagare per poter fare il proprio lavoro. «Bisogna smettere di fare teatro», sembra essere il paradosso verso cui conduce questa disperata presa di coscienza: rinunciare proprio a ciò che costituisce la ragione della propria esistenza artistica.
Ma è davvero il teatro a dover essere abbandonato, oppure è il sistema che lo circonda a dover essere messo in discussione?
La domanda attraversa la scena con la forza di un’accusa. Quali ostacoli deve superare un attore per poter recitare? Quante sovrastrutture inutili, quante dinamiche estranee all’arte finiscono per soffocare il lavoro creativo? E quanto spazio rimane, oggi, per una cultura che richiede tempo, attenzione e dedizione, in una società sempre più abituata a consumare rapidamente ogni cosa?
La denuncia di Calderón si allarga così oltre i confini della professione attoriale. Tocca il rapporto con i libri, con la lettura, con lo studio e con la formazione di un pubblico capace di ascoltare, comprendere e interrogarsi. I libri letti in fretta, la conoscenza ridotta a consumo, la difficoltà di coltivare un’autentica familiarità con la cultura diventano tasselli di una riflessione più ampia.
L’attore che urla sul palco della Sala Umberto non sta più semplicemente interpretando Riccardo III: sembra chiedere conto a un’intera società delle condizioni in cui l’arte è costretta a sopravvivere.
La sua protesta è quella di chi vorrebbe liberare il teatro dalle sovrastrutture inutili e vuote, per restituirgli la sua funzione essenziale: mettere in relazione le persone, dare corpo alle idee, aprire uno spazio di confronto.
In questa prospettiva, anche Shakespeare diventa contemporaneo. La difficile condizione degli attori del suo tempo entra in dialogo con quella di oggi, in un parallelismo che attraversa i secoli senza pretendere di cancellarne le differenze. Il teatro è sempre stato un mestiere esposto alla precarietà, alla necessità di trovare un pubblico e alla fatica di trasformare il talento in un lavoro. Eppure, nonostante gli ostacoli, gli attori hanno continuato a recitare.
Calderón richiama proprio questa ostinazione: l’arte come necessità, come pratica collettiva, come occasione di incontro. Il teatro può essere anche un’attività che nasce dopo il lavoro quotidiano, un momento di aggregazione tra amici, uno spazio in cui esprimersi fino a tarda notte. Non necessariamente un percorso costruito intorno al successo o alla consacrazione, ma un’esperienza che trova il proprio significato nell’atto stesso del fare teatro.
È una visione che restituisce dignità alla recitazione nella sua forma più autentica. Prima delle ambizioni personali, prima del riconoscimento, prima delle logiche che regolano il sistema culturale, rimane il desiderio di salire su un palco e dare vita a una storia. La stessa ostinazione che muove Riccardo verso la corona, ma che nell’attore può diventare una forma diversa di resistenza: continuare a recitare anche quando tutto sembra suggerire il contrario.
Anche Shakespeare avrebbe riconosciuto questa ostinazione? Forse, perché il suo teatro conosce bene la lotta per il potere, la fragilità degli uomini e la capacità della scena di raccontare ciò che la realtà preferisce nascondere.
Gli attori di allora non rinunciavano a recitare nonostante le difficoltà. E quelli di oggi, tra precarietà, ricerca di riconoscimento e necessità di difendere il valore della cultura, continuano a salire sul palco. Perché il teatro, prima di essere un sistema da giudicare, è un atto da compiere. Una voce da pronunciare. Un corpo che resiste.
Riccardo III non cade, va avanti.







