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Otto stanze per l’abisso, il libero arbitrio nell’ Inferno di Ronchetti

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Inferno. Tommaso Ragno e Martin Nagy durante le prove ph Fabrizio Sansoni Opera di Roma

Con Inferno, Lucia Ronchetti non si limita a tradurre in suono la prima cantica di Dante Alighieri: ne rilegge l’architettura morale. L’allestimento presentato al Teatro dell’Opera di Roma articola la discesa in otto scene e un epilogo, una struttura che dialoga idealmente con i nove gironi danteschi, ma li riorganizza in un percorso concentrico verso il centro della terra, là dove Lucifero è precipitato all’inizio dei tempi.

La scelta non è meramente numerica: è drammaturgica. I gironi non sono illustrati, bensì evocati come stazioni di una trasformazione interiore. I dannati si accendono al passaggio di Dante, che durante l’opera presta loro voce, li attraversa e insieme li illumina. Non c’è distanza museale: c’è contagio. È come se il poeta, nel dare parola, si assumesse il peso della loro condizione.

La scenografia, sei stanze dagli arredi moderni, è uno degli elementi più incisivi della regia di David Hermann. Non caverne sulfuree né paesaggi medievali: ambienti domestici, riconoscibili, claustrofobici. L’Inferno è una sequenza di interni contemporanei, spazi che potrebbero appartenere a chiunque. La dannazione non è altrove, abita le nostre stanze.

BOZZETTI INFERNO – Teatro dell‘Opera di Roma – Director David Hermann, Stage Designer Jo Schramm

A questa scelta si aggiunge una verticalità scenografica che crea una profondità ulteriore, le stanze si sviluppano in altezza, suggerendo una discesa fisica e insieme mentale. L’asse verticale diventa metafora del precipitare verso il centro della terra, ma anche dell’approfondirsi della coscienza. L’Inferno non è solo davanti a noi, è sotto di noi e, dentro di noi.

Dante (Tommaso Ragno) indossa un parka e una camicia rosso vivo. È un uomo comune, un uomo del nostro tempo. Non un’icona ieratica, ma un individuo attraversato da paure reali mentre scende nell’abisso. La sua umanità è la chiave dell’operazione, l’Inferno diventa il luogo della presa di coscienza, il teatro in cui l’essere umano, consapevole della propria esistenza, sceglie. Non prima di aver conosciuto il male, non evitandolo, ma esplorando i lati più oscuri del proprio essere.

Qui il tema del libero arbitrio, dono divino e responsabilità individuale, trova una forma scenica concreta. Le porte dell’Inferno si aprono, i dannati urlano. Caronte, il traghettatore, conduce Dante sull’altra sponda: ma la sponda è una sala da bagno, una vasca troppo angusta per accogliere davvero un’anima. Un’immagine folgorante. Entrare o non entrare: la scelta è sempre possibile, ma mai comoda. L’angustia dello spazio rende evidente il peso della decisione. Nulla è facile, nulla è indolore.

Un ascensore consente a Dante di muoversi liberamente tra i diversi gironi. È un dettaglio registico di forte impatto simbolico, la verticalità del viaggio infernale si traduce in un dispositivo quotidiano, quasi banale. Eppure ogni “piano” è un grado di consapevolezza, un approfondimento della colpa e della responsabilità.

Inferno_Laura Catrani (Francesca da Rimini) durante le prove_ph Fabrizio Sansoni-Opera di Roma

L’incontro con Francesca da Rimini (Francesca da Polenta) è tra i momenti più intensi. La sua vicenda con Paolo Malatesta si consuma attorno a un letto che domina la scena. Lei, in abito bianco composto di veli, si muove arsa dall’amore e dalla sofferenza della punizione eterna. Non c’è compiacimento melodrammatico: l’amore è insieme colpa e destino, desiderio e condanna. La musica di Ronchetti, frammentaria e febbrile, avvolge la figura in una spirale che non concede tregua. E Dante, dopo averla incontrata, è profondamente scosso dal coinvolgimento emotivo che ella gli suscita, sviene, la compassione lo attraversa, lo destabilizza, rendendo ancora più evidente quanto il viaggio non sia soltanto conoscenza intellettuale, ma esperienza vissuta e dolorosa partecipazione.

Ma è nell’epilogo, il canto di Lucifero (Andreas Fischer) che i quadri si ricompongono in un senso unitario. Il testo originale di Tiziano Scarpa dà finalmente voce al Principe delle Tenebre, silenzioso nel poema. Anche lui indossa una camicia rossa, ma elegante, coperta da un cappotto nero. Se Dante è l’uomo comune, Lucifero è il seduttore consapevole: canta con un accattivante senso poetico, coinvolgente, quasi magnetico nella sua ostinazione a opporsi al bene.

Non è un mostro urlante, ma una presenza che attrae. Ed è proprio questa fascinazione a rendere il finale inquietante. L’opposizione al bene non è caricatura: è scelta reiterata, lucida, poetica nella sua perversione. In questo specchio rosso e nero, le camicie di Dante e Lucifero, si riflette l’intero impianto tematico dell’opera: la libertà di scegliere, la responsabilità del conoscere prima di decidere.

L’allestimento moderno sottolinea con forza la contemporaneità della dannazione. Non c’è distanza storica che ci protegga. L’Inferno di Ronchetti non è memoria letteraria, ma condizione possibile, attuale. È la rappresentazione di un’umanità che, consapevole della propria libertà, non può sottrarsi alla scelta tra bene e male.

E proprio qui sta la riuscita più profonda dello spettacolo, nell’aver trasformato la discesa dantesca in un percorso di autocoscienza, dove ogni stanza è uno specchio e ogni grido un frammento di noi.

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