
La prima serata della 76ª edizione del Festival di Sanremo, sul palco con Laura Pausini e Can Yaman, si è svolta all’insegna dell’informalità. Tra cambi d’abito e gesti spontanei, l’attitudine “amicale” del format sembra funzionare soprattutto sul pubblico generalista: il Festival entra nelle case degli italiani, avvicinandosi agli spettatori invece di creare distacco, con copioni sempre più leggeri e colloquiali

In una serata costruita tra ritmo televisivo e spettacolo, è stato però un momento di apparente semplicità a rallentare il tempo. Quando le luci si sono fatte più morbide e il palco ha accolto la signora Gianna, ultracentenaria, l’atmosfera è cambiata. Non era solo un omaggio simbolico alla longevità, ma l’ingresso di una memoria vivente dentro uno show che corre veloce.

La signora Gianna legge tre quotidiani al giorno senza occhiali, parla con lucidità e ironia, e non offre formule magiche sulla sua lunga vita. Racconta di una buona famiglia alle spalle, della libertà di scegliere, perfino nelle piccole cose quotidiane come cosa mettere nel piatto a tavola. Quando ricorda la Repubblica, lo fa con un cenno deciso, vittorioso “Eravamo sicuri in casa mia, tutti di sinistra” che attraversa lo studio con una forza inattesa. In quel gesto c’è nostalgia, orgoglio, storia personale e collettiva. Per qualche minuto, il Festival smette di essere solo intrattenimento e diventa racconto di identità.
Musicalmente, la serata è stata lunga, come da tradizione del Festival, e più leggera sul piano cantautorale. Emergono con forza gli artisti che scelgono meno scenografia e più purezza interpretativa: Patty Pravo, con il suo abito lungo nero e strascico, unisce esperienza e carisma; Levante e Malika Ayane concentrano tutta l’attenzione sulla voce; Arisa porta un brano potente, sia nel testo sia nell’interpretazione.
Fedez e Masini hanno formato una coppia interessante: Fedez mantiene il suo stile consolidato, mentre Masini dona colore e variazione alla serata. J-Ax ed Elettra Lamborghini ritmano la scaletta, ma con minor spessore emotivo. Raf resta coerente con il proprio stile, ma richiede un ascolto attento per coglierne appieno i testi. Ermal Meta sceglie invece una strada diversa, più intima e insieme profondamente politica. Il suo brano è dedicato a una bambina palestinese e racconta l’infanzia dentro la guerra, con immagini che alternano dolcezza e distruzione. L’eco quasi da filastrocca in alcuni passaggi non è casuale: richiama la dimensione infantile per poi spezzarla contro la realtà del conflitto. È una scelta che sposta la serata su un piano più alto, dove la musica diventa racconto civile. In un Festival che sembra cercare leggerezza, Meta introduce una crepa emotiva che invita ad ascoltare, non solo a sentire.
Serena Brancale, pur molto brava, ha sentito la pressione del palco, che ha leggermente penalizzato la sua performance rispetto alle prove impeccabili.
Tra i momenti più curiosi, la “carrambata” con Kabir Bedi e il confronto con Can Yaman ha regalato ironia: Kabir ha scherzato sulla storia d’amore del suo Sandokan, sottolineando le differenze tra copione televisivo e storia originale.

Il momento di maggiore partecipazione emotiva del pubblico è arrivato con Sal Da Vinci. La sua interpretazione ha acceso la platea, creando un legame immediato con il pubblico generalista. Non solo una canzone, ma un’esecuzione capace di coinvolgere e trascinare, con quella dimensione melodica che appartiene alla tradizione più popolare e riconoscibile del Festival. È uno di quei momenti in cui si percepisce chiaramente chi sta parlando direttamente al cuore della sala e, attraverso la televisione, alle case degli italiani.
Concludendo questa prima serata, resta la sensazione di poca innovazione e un leggero déjà vu. Ciò che però spicca sono le capacità canore e le piccole storie umane che emergono tra un cambio d’abito e una battuta improvvisata. E mentre aspettiamo le prossime serate, resta il desiderio di essere sorpresi, di vedere come il Festival saprà coniugare talento, rischio creativo e racconto culturale.






