Al Teatro Quirino di Roma, dal 7 al 19 aprile, Massimo Venturiello e Maurizio Micheli portano in scena La Mandragola di Machiavelli con la regia di Guglielmo Ferro. Tra inganni, desideri e risate, mostra come il cinismo e la furbizia possano trasformare ogni principio in negoziabile.
Al Teatro Quirino, questa Mandragola sceglie una strada chiara: divertire, senza rinunciare a lasciare qualche segno più profondo sotto la superficie.
Dimenticate la Firenze di Niccolò Machiavelli. Qui il mondo è fatto di vetro, luci fredde e ambizioni molto contemporanee. Un ambiente elegante e spietato, dove i personaggi si muovono con naturalezza, come se il cinismo fosse semplicemente la lingua madre.
A guidare lo spettatore dentro questo meccanismo è Massimo Venturiello, che fin dall’inizio si ritaglia uno spazio particolare: più che entrare subito nella storia, la introduce. Un prologo, ed è proprio così che lo si può definire, che apre il gioco e, a più riprese, lo riannoda. I suoi interventi tornano come piccole sospensioni, momenti in cui il racconto si guarda allo specchio e invita anche il pubblico a farlo.
Ma è anche l’impatto visivo a sorprendere fin dai primi minuti. La scenografia di Fabiana Di Marco è incredibilmente moderna e originale: all’inizio i personaggi sembrano muoversi dentro un acquario, circondati da squali e pesci, su un fondale marino artificiale che scorre alle loro spalle. È una finzione dichiarata, quasi ipnotica, che li mostra immersi in un mondo dove sopravvive chi sa divorare o evitare di essere divorato.
Poi quello stesso sfondo si trasforma: compaiono la cupola di Firenze accanto a grattacieli contemporanei, immagini che si sovrappongono senza mai conciliarsi davvero. E ancora, un telegiornale in arabo che insiste su “Crisis in the Middle East” introduce un’eco politica inattesa, attuale, che allarga il senso della scena ben oltre la vicenda privata.
Anche le scelte musicali accompagnano questa direzione: da FISHER con Losing It, che imprime ritmo e tensione, fino a The New American Orchestra con One More Kiss, Dear, che aggiunge una nota più sospesa, quasi nostalgica. Tutto contribuisce a costruire un’atmosfera stratificata, dove epoche e linguaggi si intrecciano senza soluzione di continuità.
Poi però la scena prende ritmo, e lì emerge con forza Maurizio Micheli. Il suo Fra Timoteo è forse il motore più evidente del divertimento: ironico, scaltro, perfettamente a suo agio nel piegare la morale alle necessità del momento e, soprattutto, pronto a farsela pagare. È in lui che la commedia trova una leggerezza piena, diretta, capace di arrivare subito al pubblico.
E si ride, infatti. Si ride davvero, seguendo un intreccio che funziona proprio perché non si appesantisce mai. E proprio il pubblico lo conferma: apprezzatissime le interpretazioni, con Maurizio Micheli capace di strappare più risate di tutti, al suo fianco Ligurio (Guglielmo Poggi) raccogliere applausi convinti, mentre Massimo Venturiello conquista per la sua piena, misurata e intensa espressività teatrale.
Tutto nasce da un desiderio, o forse da qualcosa di più ostinato. Callimaco non si limita ad innamorarsi: sviluppa un’ossessione per Lucrezia, nobildonna fiorentina, sposata ma senza figli dopo anni di matrimonio. È proprio questa mancanza a trasformarsi nell’occasione perfetta.
La sua bellezza lo conquista al punto da spingerlo a costruire un piano. Non un semplice corteggiamento, ma un inganno lucido. Arriva a Firenze con un obiettivo preciso: averla, anche solo per una notte.
Ed è qui che entra in gioco la mandragola.
Con la complicità di tutti, convince il marito che una pozione possa finalmente rendere Lucrezia fertile. Ma c’è una condizione: il primo uomo che giacerà con lei dopo aver bevuto il filtro è destinato a morire, avvelenato. Un rischio troppo grande, almeno in apparenza.
La soluzione è crudele nella sua semplicità: trovare uno sconosciuto, uno sventurato da sacrificare. Qualcuno da adescare per strada, da spingere dentro una storia che non gli appartiene.
Naturalmente è tutto finto. L’inganno è totale. E funziona proprio perché tutti, in fondo, scelgono di crederci.
La regia di Guglielmo Ferro tiene insieme questi livelli senza forzature, lasciando che la storia scorra con naturalezza. I personaggi non si interrogano troppo, agiscono. E proprio per questo risultano così vicini.
E qui emerge con chiarezza anche il cuore più tagliente dello spettacolo:
In questa Mandragola, più che l’inganno in sé, colpisce la disponibilità di tutti ad accettarlo e persino a sostenerlo, quando torna utile.
Non vince il più innamorato, né il più giusto, ma chi sa muoversi meglio dentro le debolezze degli altri. E se anche la morale ha un prezzo, come dimostra un Fra Timoteo pronto a piegarsi in cambio di denaro, allora ogni principio diventa negoziabile.
La verità conta meno della convenienza.
E quando tutti trovano un vantaggio, anche la menzogna smette di sembrare tale, trasformandosi in una realtà condivisa, quasi legittima.
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