È stato un ritorno a casa, intimo e vibrante, quello di Manuela Zero sul palco dell’OFF/OFF Theatre, dove dal 31 marzo al 2 aprile ha portato in scena “Brotti! E non ridere che sei come loro”. Uno spettacolo che ha saputo fondere linguaggi e suggestioni diverse, restituendo al pubblico un affresco umano tanto ironico quanto profondamente disarmante.
Scritto a quattro mani con Davide Santi, che ne ha curato anche la regia, il lavoro si è mosso su un equilibrio delicato tra prosa, musica e danza. Una cifra stilistica precisa, costruita anche grazie alle musiche e agli arrangiamenti firmati dagli stessi Zero e Santi, capaci di accompagnare e amplificare la dimensione emotiva dei racconti in scena.
A dare ulteriore respiro allo spettacolo è stato l’intervento musicale dal vivo: il violino di Cecilia Drago, il violoncello di Lucia Libassi e la chitarra di Martino Panna hanno contribuito a creare un tessuto sonoro dinamico e suggestivo, capace di trasformare ogni quadro in un piccolo universo a sé.
Le atmosfere, rese quasi sospese grazie al disegno luci di Umberto Fiore, hanno accompagnato lo spettatore in una galleria di personaggi “brotti”: uomini e donne, figure fragili, spesso “mal funzionanti”. Individui che sembrano esistere sul filo tra caricatura e verità, pronti a strappare un sorriso ma mai davvero a concedere una risata leggera.
I personaggi sono sette, che Manuela Zero alterna sul palco con solo indosso un pantalone e una maglia nera: non servono fronzoli quando c’è l’intensità emotiva che lei trasmette. Nella musica troviamo la traccia delle storie che, sorrette da essa, si srotolano sulla scena con grazia e comprensione, sì, quella comprensione verso l’animo umano, così fragile e talvolta sbagliato che vogliamo cancellare, nascondere e di cui ci vergogniamo anche un po’.
Manuela lo accarezza: non c’è drammaticità, solo intensità, solo emozioni che chiunque di noi potrebbe sentire, aver sentito o, chissà, forse diverrà un Brotto, un giorno. Da Teresa La Vecchia, brutta ma con sogni d’amore proprio come tutti gli altri, al femminicidio, le carezze di Giulio “tu non sei cattivo sei solo brutto dentro”.
La stanza 40 è un’altra delle sette storie, l’insegnamento di una madre al “mestiere”, quel modo di parlare di Manuela con una leggera pausa prima delle parole importanti: amore, madre, cose mai immaginate, cose mai provate, rabbia, paura, una sorta di piacere. Anche qui, la strada è quella della fragilità mostrata al pubblico per diventare una femmina potente.
Tra i quadri più intensi emerge il personaggio numero sei, quello dei vecchi amanti. È qui che la narrazione si fa ancora più intima, quasi confessionale. “Ho conosciuto Pietro quando avevo cinque anni, a sette mi fidanzai con lui”: un amore che nasce nell’infanzia, ingenuo e puro, osteggiato dagli altri perché lui “era povero”, ma prezioso per quei piccoli gesti, i fiori regalati, che bastano a rendere immenso un sentimento. Il tempo scorre, la vita cambia ritmo: arriva il successo, eppure Pietro resta, sempre. Un amore che diventa totalizzante, quasi feroce nella sua intensità, fino a incrinarsi sotto il peso degli anni, dei tradimenti, di altre presenze più giovani. E anche quando viene cacciato, Pietro non se ne va, resta.
Manuela Zero attraversa questo passaggio con una profondità sorprendente. La solitudine che segue anni di amore “alla follia” non è gridata, ma trattenuta, vissuta sulla pelle. E poi la musica irrompe, ancora una volta, a dare voce a ciò che le parole non riescono a contenere: “mio meraviglioso amore… ti amo”. È un momento sospeso, in cui il tempo sembra fermarsi.
Nonostante la giovane età, l’intensità interpretativa di Manuela Zero porta con sé il peso e il sapore di vite già attraversate, di esperienze sedimentate. Non è solo recitazione, è evocazione, è memoria emotiva che diventa condivisa. Non a caso, questo personaggio è tra i più applauditi, capace di toccare in profondità gli animi del pubblico raccolto dell’OFF/OFF Theatre, anche grazie a un disegno luci che accompagna e amplifica ogni sfumatura.
A chiudere questo percorso arriva il settimo personaggio, Sandra, portatrice di valori che suonano come un lascito, quasi una sintesi dell’intero spettacolo. “I miei meravigliosi dolori che vivono con me, che sono i miei meravigliosi amori”: è una dichiarazione che attraversa la scena e arriva diretta, senza filtri. La vita, ancora una volta, si impone con tutta la sua forza, scavando nell’anima e restituendo senso a ogni vissuto.
E in quel ritorno a una dimensione infantile,“da bambina sai, non avevo paura e mi tuffavo nei fuochi del mare, e mille baci in silenzio”. Perché forse è proprio lì, tra il coraggio incosciente e la memoria dei sentimenti, che si nasconde il nucleo più autentico di “Brotti!”: la vita, semplicemente, nella sua fragile e potentissima verità.
Nel corso dello spettacolo, ciò che colpisce maggiormente non è soltanto la versatilità interpretativa di Manuela Zero, ma la sua capacità di abitare ogni personaggio senza mai giudicarlo. Li attraversa, li lascia emergere, li espone nella loro nudità emotiva, creando un dialogo silenzioso ma potentissimo con il pubblico.
La regia di Davide Santi accompagna questo viaggio senza mai sovrastarlo, scegliendo piuttosto di sottrarre, di lasciare spazio. È proprio in questa essenzialità che lo spettacolo trova una delle sue chiavi più efficaci, nulla distrae, tutto converge verso l’essere umano e le sue crepe.

E allora quei “brotti” smettono lentamente di essere altro da noi. Diventano specchi, riflessi scomodi, tracce di qualcosa che riconosciamo ma che spesso preferiamo non nominare. È qui che lo spettacolo compie il suo passaggio più interessante, non racconta solo storie, ma mette lo spettatore nella condizione di interrogarsi.
C’è una delicatezza rara nel modo in cui vengono affrontati temi duri, dalla solitudine alla violenza, dal bisogno d’amore alla distorsione dei sentimenti, senza mai cedere al compiacimento o alla retorica. Tutto resta sospeso in una dimensione profondamente umana, imperfetta, autentica.
“Brotti! E non ridere che sei come loro” non chiede empatia, la pretende quasi, ma lo fa con grazia. E quando le luci si abbassano, resta addosso una sensazione sottile, quella di essere stati, per un’ora, un po’ più esposti, un po’ meno protetti dalle nostre certezze.
I dolori stancano, stancano profondamente. Eppure Manuela Zero sembra indicarci una possibilità diversa, quella di attraversarli senza esserne schiacciati, di riconoscerli come parte di noi senza lasciarci definire del tutto.
C’è, nel suo modo di stare in scena, un invito silenzioso ma potente: continuare a cercare uno slancio, un movimento verso l’alto, anche quando tutto sembra trattenere verso il basso. Come se, nonostante le crepe, le fragilità, gli errori, fosse ancora possibile e, forse necessario, imparare a volare.
Perché in fondo siamo tutti un po’ “brotti”. Ed è proprio in questa imperfezione condivisa che lo spettacolo trova il suo senso più autentico, restituendoci uno sguardo più umano, più indulgente, e forse anche un po’ più libero.

Eppure, per quanto si possa raccontare, analizzare o restituire sulla carta, ogni frammento di questo spettacolo non riesce mai davvero a contenere la bellezza e l’intensità dell’esperienza dal vivo. “Brotti!” va vissuto, più che descritto, è nella presenza, nello spazio condiviso tra palco e platea, che le emozioni trovano la loro forma più piena e irripetibile.







