In scena dal 27 novembre al 5 dicembre, dopo 50 anni Lohengrin torna al Teatro Costanzi inaugurando la stagione con Wagner. Sul podio, a dirigere l’Orchestra dell’Opera di Roma, il Direttore Michele Mariotti, mentre il Coro è diretto da Ciro Visco. Sul palco, insieme al tenore Dmitry Korchak, Clive Bayley (Heinrich der Vogler), Tómas Tómasson (Friedrich von Telramund), Ekaterina Gubanova (Ortrud), Andrei Bondarenko (Der Heerrufer) e, al debutto al Costanzi, Jennifer Holloway (Elsa)
Caratterizzato da un nuovo allestimento in coproduzione con il Palau de les Arts di Valencia e con il Teatro La Fenice di Venezia, Lohengrin porta la firma di Damiano Michieletto ed è creato scenograficamente da Paolo Fantin.

L’opera racconta la vicenda di Elsa di Brabante, accusata dell’omicidio del fratello Gottfried. Messa a giudizio davanti al re tedesco Heinrich, chiede l’intervento di un misterioso cavaliere apparso in sogno: Lohengrin, giunto su una barca trainata da un cigno. Egli accetta di difenderla e sposarla, imponendo però un’unica condizione: Elsa non dovrà mai chiedergli il nome e l’origine. Intorno a loro agiscono le forze oscure di Ortrud e Telramund, decisi a minare la fiducia della coppia. Il dramma si costruisce così sul fragile equilibrio tra fede e dubbio, fino allo scioglimento finale del mistero dell’identità di Lohengrin.
La regia trasporta lo spettatore dentro l’opera, rendendo ogni scena intensa e coinvolgente, capace di far percepire la grandezza e la delicatezza del racconto wagneriano.
La durata dell’opera diventa parte dell’esperienza, il pubblico, immerso per quattro ore e mezza, è diventato parte della vicenda e durante gli intervalli ha potuto riflettere e assorbirne i significati.
Il Direttore Mariotti è, come sempre, calorosamente partecipe: guida la sua orchestra, canta e interpreta, ed è un piacere far parte, anche solo per poche ore, di questo viaggio musicale. Si percepisce il lavoro, l’attesa di poter dirigere quest’opera; si apprezzano con lui lo stimolo e la cura nelle dinamiche delle voci, che si incastrano con precisione, e l’attenzione alle sonorità di un’opera piena di melodie.
«Un vulcano di melodie», come la definisce lo stesso Direttore.
Grande il lavoro sulla variazione, senza cambiare una nota, ma agendo sul colore e sulla pronuncia.
Gli interpreti sono moderni, reali e allo stesso tempo proiettati nel futuro in una dimensione immersa nell’onirico; preziosa l’interpretazione dalle spiccate caratteristiche attoriali del basso-baritono Tómas Tómasson particolarmente apprezzate dal pubblico.
Ekaterina Gubanova conferisce a Ortrud una presenza magnetica e minacciosa, la sua figura in nero moderno evoca una matrigna delle favole, insieme a Friedrich Von Telramund (Tómas Tómasson) incarnano le forze dell’invidia e della colpa.
La storia di Elsa e Lohengrin è quella di una non-coppia: i due non si conoscono, il loro legame si basa sulla fiducia, attraversati dalla purezza della luce, contrapposte al fango e all’invidia dell’altra coppia. Lohengrin è un essere quasi extraterrestre: giunge a noi quando parla del suo mondo, quando si rivolge al cigno, quando si separa dal terreno. Due sono i momenti in cui i protagonisti cantano la purezza: Dmitry Korchak, che conferma l’eccellenza della sua voce in tutta l’opera, quando ha una trasformazione nel finale, con voce da fanciullo; Jennifer Holloway quando racconta il sogno del cavaliere che non può essere reale, mentre tutti la credono pazza e colpevole.
Clive Bayley dona al re Heinrich una presenza forte e incisiva: il suo personaggio emerge con carattere deciso e intensità, con sfumature potenti che imprimono sapore e spessore alla vicenda.
Ogni interprete trasmette la propria passione con intensità palpabile, trasformando ogni nota in un gesto vivo, capace di far vibrare l’anima.
Elsa parla di qualcosa più grande di lei: un principe che arriva, la salva e la sposa. Deve raccontare questo mondo sconosciuto con un sorriso, mentre Wagner introduce una pulsazione costruita con l’eco delle trombe.
Wagner, attraverso la melodia, semplice ma commovente, crea un enorme potere evocativo.
Il suono del “non umano” si raggiunge tornando all’infanzia, e già il preludio ne è carico: da subito si è catapultati in un altro mondo.
La melodia è affidata ai primi violini, con un nucleo iniziale di quattro strumenti, gli altri, più numerosi, devono suonare un gradino sotto per sostenere e bilanciare quel suono inafferrabile. Così anche i suoni dei “cattivi”: come una serpe che striscia, devono essere corporei e materici, diversi dalla luminosità impalpabile di Lohengrin. Il risultato del lavoro di Mariotti e dell’Orchestra è unico.
Paolo Fantin, scenografo, insieme a Carla Teti, costumista, costruisce un immaginario simbolico fortissimo. Il cigno, per scelta, è nel foyer. In scena è presente, ma trasfigurato in un concetto vicino al simbolismo dell’arte contemporanea. Lohengrin trascina una bara bianca del fratellino di Elsa con inciso un cigno, ma dentro vi sono solo piume.
Innovativo, scarno eppure pieno di energia, il palco è inondato da un gioco di luci che si fanno corpose, riempiendo lo spazio in cui si muovono i protagonisti e il Coro. Anche nei momenti in cui Elsa è sola o in dialogo con Ortrud o Lohengrin, si avverte un senso di pienezza ed energia, con uno sguardo sempre fresco.
La rappresentazione dei due mondi è precisa, quello umano di Elsa e del Coro, una comunità gretta e chiusa; e quello della colpa, rappresentato da una grande curva di legno giallo. Il popolo vive immerso nella colpa e compie azioni tremende contro Elsa, arrivando a volerla interrare.

In questo legno compaiono segni del divino, l’argento liquido, la corazza d’argento fatta di una materia creata appositamente per lo spettacolo, che si manifesta nel I Atto con il monolite che si scioglie, diventando prova del fuoco. Come nel Medioevo, Friedrich e Lohengrin vi immergono la mano sotto l’argento fuso.
Nel II Atto l’argento diventa simbolo dell’ovulo e dell’origine, Elsa non deve chiedere chi lui sia. Dentro quell’uovo c’è il dubbio; nel finale i dubbi avvolgono Elsa e il popolo, una forza che si manifesta. Nel cielo compaiono, come meteoriti, cinquanta ovuli. Le mani del popolo tese ad afferrarli come se potessero donare loro la consapevolezza.

Nel III Atto avviene l’unione tra divino e umano e i cerchi d’argento rappresentano questa fusione e si elevano come un’astronave. L’uovo viene spezzato, la fiducia viene disattesa, ed emerge un nero accecante che trasfigura tutto. L’argento, quando il patto viene infranto, invade la scena.
La scenografia avvolge gli occhi e il cuore: ogni dettaglio illumina lo spazio, rendendo visibile l’invisibile e conferendo un’aura quasi sacra all’intera rappresentazione.

I personaggi sono immersi in un fluido divino, bellissimo ma spaventoso, che acceca tutto: l’uomo non può vedere così tanta luce. Tutti vengono accecati e sopravvive solo il piccolo Goffredo.
«Abisso ed estasi è Lohengrin», afferma Mariotti. Una figura compassionevole, che si cala nel mondo e si fa carico delle nostre fragilità. Un’opera che deve volare.








