Il 9 agosto l’Arena di Verona ha ospitato la seconda recita di Aida di Giuseppe Verdi nell’imponente allestimento firmato da Franco Zeffirelli, nell’ambito del 103° Arena Opera Festival. Regia e scene sono di Franco Zeffirelli, costumi di Anna Anni, coreografie di Vladimir Vasiliev; sul podio Francesco Ommassini, alla guida dell’Orchestra di Fondazione Arena di Verona e del Coro preparato da Roberto Gabbiani. L’opera tornerà in scena il 15, 23 e 30 agosto e il 4 e 10 settembre.
Sono andata all’Arena di Verona il 9 agosto per Aida. Era una serata molto calda, ma l’occasione era troppo bella per mancare. L’Arena era piena e il pubblico ha atteso con pazienza anche il ritardo di circa mezz’ora dovuto a problemi tecnici nel montaggio dell’imponente scenografia zeffirelliana.
I posti assegnati erano ottimi e permettevano una visibilità completa del palco. E in uno spettacolo come questo è fondamentale, perché la scenografia è parte integrante della narrazione.

Dopo aver visto la sera precedente il Nabucco nell’allestimento di Stefano Poda, mi sono trovata davanti a qualcosa di completamente diverso. Se Poda aveva costruito una scena quasi astratta, bianca, essenziale, come una pagina sulla quale scrivere la storia, Zeffirelli riempiva invece l’Arena di oro, colori, statue, sfingi e tessuti preziosi.
Due modi opposti di fare teatro. E proprio per questo il confronto fra le due serate è stato particolarmente interessante..
La prima impressione per Aida è di grandezza. Una enorme piramide troneggia al centro della scena. Ai suoi lati le sfingi colorate e due grandi statue di faraoni evocano immediatamente l’antico Egitto.
È l’Egitto di Zeffirelli: non quello di una ricostruzione archeologica, ma quello di una visione mitica, sontuosa, quasi fiabesca.
Dopo il bianco e le geometrie luminose del Nabucco di Poda, la differenza non potrebbe essere più evidente. Là una pagina bianca da riempire, qui una pagina già completamente scritta, ricchissima di dettagli.
Eppure la scenografia non rimane semplicemente un fondale. La piramide cambia funzione, gli spazi si trasformano, le luci accompagnano i diversi momenti dell’opera. Quello che all’inizio è un luogo monumentale può diventare uno spazio più misterioso e raccolto. È proprio questa capacità di passare dal grande quadro alla dimensione più intima dei personaggi che permette alla scenografia di non schiacciare completamente la vicenda.
La prima aria di Radamès, «Celeste Aida», arriva dopo quella lunga attesa e viene subito accolta dagli applausi del pubblico.
Nei panni di Radamès c’è Roberto Alagna, accanto ad Aleksandra Kurzak come Aida. I due, compagni nella vita oltre che sulla scena, danno alla relazione fra i protagonisti una particolare intensità.
Ma Aida non è soltanto la storia di due amanti. È un’opera nella quale il destino individuale è continuamente travolto dalla storia collettiva.
Lo dimostra già il primo grande quadro corale: re, Radamès, Ramfis, sacerdoti, ministri e capitani si riuniscono mentre incombe la guerra. «Guerra! Guerra! Tremenda, inesorata!» introduce immediatamente la dimensione collettiva del dramma.
Subito dopo arriva «Ritorna vincitor!», la grande aria di Aida, nella quale la protagonista si trova già divisa fra il dovere verso la patria e l’amore per Radamès.
E subito dopo Verdi ci porta alla dimensione rituale del tempio. Nella scena successiva la piramide sembra trasformarsi e diventa quasi un’enorme statua di faraone. È il momento della cerimonia sacra.
Le sacerdotesse sono all’interno e il pubblico può ascoltare la cerimonia quasi da fuori, percependone la dimensione misteriosa e rituale. La scena comprende l’invocazione delle sacerdotesse «Possente, possente Fthà», la danza sacra e quindi «Nume, custode e vindice», affidata a Ramfis.

Qui la scenografia di Zeffirelli dà il meglio di sé: non serve soltanto a mostrare l’Egitto, ma a suggerire un mondo nel quale religione, potere e guerra sono indissolubilmente legati.
È però nel secondo atto che lo spettacolo prende davvero vita. Schiave, ancelle e balletti animano la scena. Il movimento è continuo e l’Arena si riempie di corpi, colori e musica.
Poi arriva il confronto, quasi un duello psicologico, fra Amneris e Aida. È uno dei momenti che mi hanno colpita maggiormente.
Clémentine Margaine, nei panni di Amneris, ha una voce dotata di una forza che rende il personaggio immediatamente dominante. La principessa egizia appare sicura, potente, padrona della situazione. Aida appare invece sempre più fragile.
La sua disperazione, il suo dolore, il momento in cui proclama il proprio amore, la vedono quasi fisicamente a terra, mentre Amneris domina la scena.
È un confronto nel quale la differenza fra le due donne diventa anche una differenza di potere: Amneris ha la posizione, il rango, la sicurezza; Aida ha “soltanto” il proprio amore.
Poi arriva la grande scena trionfale dell’atto II.
Il quadro si apre con «Gloria all’Egitto e ad Iside», seguito dalla marcia trionfale e dai ballabili. È uno dei momenti più spettacolari dell’intera opera e probabilmente uno di quelli nei quali l’allestimento di Zeffirelli trova la sua ragione d’essere più evidente.
Scenografia, costumi, voci e Orchestra si intrecciano in un unico grande quadro di potenza e spettacolarità. L’Arena è piena di movimento.
È uno dei momenti corali più belli dell’opera, con il re, Radamès, sacerdoti, soldati, coro e ballerini che si alternano sulla scena.
E qui ho pensato ancora una volta alla differenza rispetto al Nabucco visto la sera precedente. Poda mi aveva lasciato una pagina bianca sulla quale immaginare e scrivere la storia. Zeffirelli me la consegna invece già dipinta, scolpita e illuminata.
Il confronto fra le due serate mi ha fatto notare anche un particolare molto interessante del cast.
Alexander Vinogradov aveva interpretato Zaccaria la sera precedente nel Nabucco di Stefano Poda e il 9 agosto è tornato sul palco come Ramfis in Aida.
Due sacerdoti, ma completamente diversi.
Zaccaria era la guida spirituale degli Ebrei, inserita nello spazio bianco e simbolico di Poda. Ramfis è invece il gran sacerdote egizio, figura legata alla legge, al potere religioso e alla condanna di Radamès.
Vinogradov passa così, nel giro di una notte, da un personaggio che incarna la fede di un popolo oppresso a uno che rappresenta l’inflessibilità dell’apparato sacerdotale egizio.
È uno degli aspetti che mi piacciono particolarmente del Festival: poter vedere gli stessi interpreti cambiare completamente ruolo da una sera all’altra e, nello stesso tempo, osservare come uno stesso personaggio possa assumere una diversa presenza a seconda dell’allestimento che lo circonda.

«O patria mia»
Il terzo atto cambia completamente atmosfera. È notte. La scena si fa più scura e le ballerine danzano sotto la luna. Dopo la folla, le cerimonie e la marcia trionfale, finalmente rimane Aida.
Prima dell’aria, Aida attende Radamès e canta «Qui Radamès verrà!…». Poi arriva «O patria mia, mai più ti rivedrò». È uno dei momenti più intensi della serata.
Quando Aida canta «mai più ti rivedrò», dentro quelle parole convivono la nostalgia della patria, il dolore per il padre, il senso di colpa e l’amore per Radamès.
L’aria viene accolta da uno scroscio di applausi.
Per me è stato uno dei momenti più belli della serata, proprio perché la grandezza dello spettacolo lascia per qualche minuto spazio alla voce e al dolore della protagonista.
Kurzak affronta l’aria con grande intensità e riesce a restituire quella sensazione di nostalgia e di perdita che è al centro della scena.
Subito dopo entra Amonasro e arriva il momento «Ciel! mio padre!», seguito dal confronto fra padre e figlia.
Anche l’incontro fra Aida e Radamès è uno dei momenti più intensi. Il loro incontro è preceduto dal duetto «Pur ti riveggo, mia dolce Aida». I due cercano una soluzione alla loro situazione impossibile. Vorrebbero fuggire, ma proprio durante il loro incontro Radamès finisce per rivelare involontariamente il segreto militare.
L’amore diventa così la causa della tragedia.
Amonasro ascolta e comprende il segreto; poco dopo Amneris e Ramfis entrano in scena e Radamès viene scoperto. La situazione precipita.
Anche il confronto fra Amneris e Radamès assume un tono sempre più drammatico. Il coro torna a intervenire e, prima che Radamès venga portato via dalle guardie, la vicenda privata torna a essere una vicenda collettiva.
Non è quindi un semplice “corale”, ma il grande insieme conclusivo della scena, nel quale convergono le voci dei protagonisti e delle masse che assistono alla cattura di Radamès.
È il destino che prende definitivamente il sopravvento.
Aver visto Nabucco e Aida in due sere consecutive mi ha permesso di apprezzare ancora di più quanto possa essere diverso il teatro d’opera all’interno dello stesso spazio.
Nonostante l’enorme differenza, entrambi gli allestimenti riescono a fare una cosa fondamentale: raccontare il potere.
Nel Nabucco il potere era rappresentato attraverso la geometria, la luce e la tecnologia.
In Aida è rappresentato dalla pietra, dall’oro, dalla monumentalità.
E sotto entrambe le visioni rimane Verdi, con i suoi personaggi travolti da qualcosa di più grande di loro. L’Aida di Zeffirelli è sontuosa, enorme, colorata, spettacolare.
Ma forse è proprio quello che deve essere.
Ma soprattutto rimane la storia di Aida e Radamès: due persone che si amano e che, davanti alla guerra, al potere e al destino, non riescono a essere libere.
È forse questa la vera forza dell’Aida di Zeffirelli: sotto tutta quella magnificenza, alla fine, riesce ancora a farci sentire la fragilità di due esseri umani.
Nabucco di Poda una pagina bianca sulla quale scrivere la storia







