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Nabucco di Poda una pagina bianca sulla quale scrivere la storia

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Nabucco 2025 ©EnneviFoto "Per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona"

Nabucco di Giuseppe Verdi torna all’Arena di Verona nell’allestimento firmato da Stefano Poda, ripreso per il 103° Festival areniano: una visione futuristica e simbolica, fra grandi geometrie luminose, costumi avveniristici, masse coreografiche e duelli di scherma, che mette al centro il conflitto fra potere e spiritualità, guerra e riconciliazione. Sul podio, nella recita dell’8 agosto, Sebastiano Rolli dirige l’Orchestra di Fondazione Arena, mentre il Coro è preparato da Roberto Gabbiani. Dopo la recita dell’8 agosto, lo spettacolo torna in scena il 20 e 28 agosto e il 9 settembre

Nabucco 2025 ©EnneviFoto “Per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona”

L’allestimento, immediatamente d’impatto, colpisce per la sua essenzialità e linearità, eppure nulla è casuale. Tutto richiama, con la semplicità, il nudo campo di battaglia: sterile, bianco, lucido come un foglio sul quale si può scrivere la storia. E, forse, cambiarla?

Il campo di battaglia non è soltanto quello della vicenda biblica raccontata da Verdi. È un campo di battaglia universale, dove si affrontano potere e spiritualità, violenza e fede, dominio e libertà.

È da questa immagine, così essenziale eppure densissima di significati, che prende forma il Nabucco di Stefano Poda, che firma regia, scene, costumi, luci e coreografie, affiancato da Paolo Giani Cei come assistente alla regia, alle luci e alle coreografie. Il movimento delle masse, elemento tutt’altro che secondario in questa produzione, trova nel lavoro coreografico una delle sue espressioni più spettacolari, con il coordinamento del ballo affidato a Gaetano Petrosino.

Poda non cerca di ricostruire la Babilonia biblica, ma di trasformarla in un luogo senza tempo, sospeso fra passato e futuro. Un mondo nel quale la tecnologia convive con il mito e nel quale la storia antica sembra improvvisamente parlare al presente.

Sul fondo, due grandi semisfere luminose costituiscono una delle immagini più riconoscibili dello spettacolo. Inizialmente azzurre, cambiano progressivamente colore nel corso della rappresentazione, modificando la percezione dello spazio fino a ricongiungersi in un’unica forma sferica. È un’immagine che richiama inevitabilmente il simbolismo dello yin e dello yang: due polarità che si attraggono, si respingono, si separano e infine trovano una possibile ricomposizione.

La scena, quasi astratta, acquista però concretezza attraverso i costumi. È proprio nel rapporto fra spazio scenico, luce e abiti che la visione di Poda trova una delle sue intuizioni più felici. Babilonesi ed ebrei sono riconoscibili attraverso una precisa caratterizzazione cromatica e futuristica: non siamo davanti a una ricostruzione archeologica della Babilonia biblica, ma a un mondo sospeso, nel quale la vicenda di Verdi assume una dimensione atemporale.

Particolarmente suggestivo è l’inizio della rappresentazione. Prima ancora che l’azione drammatica prenda forma, lo spettacolo si apre sulle note di Va, pensiero, trasformando fin dall’inizio il celeberrimo coro in una sorta di prologo visivo e simbolico.

I figuranti entrano in scena con splendidi costumi bianchi dall’aspetto futuristico, alcuni con elmetti argentei, portando un frammento che evoca quasi una navicella spaziale. È un’immagine straniante e affascinante: il popolo biblico sembra provenire da un futuro lontanissimo e proprio questa distanza temporale rende il messaggio di Verdi ancora più universale.

Mentre l’Orchestra, diretta da Sebastiano Rolli dopo il passaggio di bacchetta di Michele Spotti, sostiene il celeberrimo coro, alcune figure infantili con clessidre in mano introducono un ulteriore elemento simbolico: il tempo che scorre, la storia che si compie, l’uomo che misura qualcosa che in realtà non può dominare.

Sul palco, intanto, danza e scherma si intrecciano in una sorta di minuetto futuribile. Figuranti, danzatori e schermitori si muovono secondo una precisa geometria, dando vita a una macchina scenica di grande effetto. L’Arena, con la sua dimensione monumentale, non è soltanto il contenitore dello spettacolo, ma diventa parte integrante della visione.

È un inizio che dichiara immediatamente le intenzioni di questo Nabucco: una rilettura fortemente visuale, simbolica e contemporanea.

Nabucco 2025 ©EnneviFoto “Per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona”

I costumi dei sovrani babilonesi, con le loro tonalità ocra e blu e le forme volutamente futuristiche, contribuiscono a delineare un universo nel quale il potere è immediatamente visibile. Nabucco e Abigaille sembrano appartenere a un mondo dominato dalla forza, dalla gerarchia e dalla volontà di possesso.

E quando il primo atto entra nel vivo, la macchina scenica trova il suo naturale corrispettivo nella musica.

Il coro assume una funzione centrale, come deve essere in un’opera che ha nel dramma collettivo uno dei suoi elementi fondanti. La coralità non è soltanto un elemento musicale: diventa una presenza fisica, un corpo collettivo che occupa e trasforma lo spazio.

Particolarmente riuscite dal punto di vista scenografico sono le gabbie destinate ai prigionieri. La massa dei corpi rinchiusi diventa la rappresentazione fisica della sconfitta e della privazione della libertà. È una delle immagini nelle quali la monumentalità dell’Arena non prende il sopravvento sul dramma, ma lo amplifica.

Anche le scene di combattimento acquistano una precisa funzione drammatica. Le sfide di scherma non sono un semplice elemento spettacolare: diventano vere e proprie coreografie, nelle quali precisione e coesione dei movimenti restituiscono visivamente il conflitto fra le due fazioni.

E poi c’è quella parola, Vanitas, che domina lo spazio come un’insegna luminosa. Una parola che sembra sintetizzare l’intera operazione registica: la vanità del potere, la fragilità dell’uomo, l’illusione di una supremazia assoluta destinata inevitabilmente a consumarsi.

Nabucco 2025 ©EnneviFoto “Per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona”

Poda costruisce così un universo nel quale la tecnologia non è semplice decorazione. LED, luci, materiali innovativi, geometrie e costumi appartengono tutti a una medesima grammatica visiva. Il progresso tecnologico, evocato dal regista come una forza capace di costruire ma anche di distruggere, diventa parte integrante della narrazione.

Se la scena di Poda costruisce un universo di simboli, sono naturalmente le voci a dover dare corpo agli uomini che lo abitano.

Nel primo atto emerge quindi Youngjun Park, Nabucco, chiamato a sostenere una parte tutt’altro che semplice per estensione e peso drammatico. Il re babilonese è al centro del conflitto e la sua presenza deve imporsi non soltanto vocalmente, ma anche teatralmente: è l’uomo che crede di poter dominare la storia e che proprio per questo sarà costretto a confrontarsi con il proprio limite. Park con la sua esperienza verdiana (Nabucco nel 2025, Rigoletto, Amonasro, il Conte di Luna e Giorgio Germont) ha la giusta intensità per sostenere il ruolo.

Accanto a lui, Marta Torbidoni affronta Abigaille, uno dei banchi di prova più impervi del repertorio verdiano, forte di una solida esperienza nel linguaggio del compositore. Nel suo percorso figurano infatti numerosi grandi ruoli verdiani, da Aida ad Amalia ne I masnadieri, da Odabella in Attila a Leonora ne Il trovatore, fino alla stessa Abigaille, già affrontata anche alla Scala.

All’Arena, nella recita dell’8 agosto, la soprano marchigiana si misura dunque con un ruolo che appartiene pienamente alla sua cifra artistica. Nel secondo atto, nella scena e aria «Ben io t’invenni, o fatal scritto!… Anch’io dischiuso un giorno», il celebre passaggio «Un giorno, al sol» introduce il ricordo di un tempo in cui Abigaille aveva conosciuto la speranza dell’amore e della felicità riscuote vivi applausi del pubblico.

Anna Werle, nel ruolo di Fenena, porta nel dramma una dimensione più intima e raccolta. Mezzosoprano berlinese dal repertorio ampio, che negli ultimi anni si sta orientando verso un repertorio sempre più drammatico, Werle ha già affrontato Fenena all’Arena di Verona nella stagione 2025, tornando a vestire i panni della figlia di Nabucco anche in questa edizione del Festival.

È un personaggio lontano dalla violenza di Abigaille: Fenena rappresenta la possibilità della scelta, della fede e della riconciliazione. Il suo percorso si intreccia con quello di Ismaele e con la conversione al popolo ebraico, fino alla minaccia della condanna a morte. È proprio nella dimensione più raccolta del personaggio che la presenza di Werle trova il suo spazio, facendo emergere, accanto alla grande coralità dell’opera, la fragilità dei rapporti familiari e sentimentali.

Sarà poi Nabucco, nel terzo atto, a dare voce al momento di maggiore abbandono paterno, quando scopre che Fenena sta per essere condannata a morte e supplica: «Deh perdona, deh perdona / ad un padre che delira! / Deh la figlia mi ridona». È uno dei passaggi più intensamente umani dell’opera: il sovrano che voleva dominare il mondo si ritrova improvvisamente ridotto alla condizione più semplice e universale, quella di un padre che chiede di salvare la propria figlia.

Alexander Vinogradov, nel ruolo di Zaccaria, incarna invece l’altra grande forza dell’opera: quella spirituale. Il suo personaggio è il gran pontefice e la guida del popolo ebraico, la voce della fede che si contrappone alla forza materiale e all’arroganza di Nabucco.

Nel ruolo di Ismaele torna Francesco Meli, mentre completano il cast Gabriele Sagona come Gran Sacerdote di Belo, Matteo Macchioni come Abdallo ed Elisabetta Zizzo come Anna..

Dopo la pausa, la spettacolarità lascia spazio anche a una dimensione più raccolta. È il momento nel quale i rapporti personali acquistano maggiore evidenza e la vicenda politica si intreccia con quella familiare.

La dimensione di Fenena emerge allora come contrappunto alla violenza del conflitto. L’intimità dell’espressione musicale contrasta con la grandiosità dell’impianto scenico e permette al personaggio di uscire dalla semplice funzione narrativa per assumere una più precisa dimensione umana e spirituale.

È proprio in questi momenti che l’allestimento dimostra di possedere una qualità importante: pur essendo costruito su grandi immagini, non impedisce alla musica e ai personaggi di respirare.

Il percorso visivo dello spettacolo conduce progressivamente verso la ricomposizione delle due polarità iniziali. Le due semisfere luminose, che all’inizio della serata sembravano appartenere a mondi distinti, finiscono per incontrarsi.

Nabucco 2025 ©EnneviFoto “Per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona”

La forma si chiude così come si chiude il significato dell’opera: dopo la separazione, la possibilità della sintesi.

È una lettura che non pretende di semplificare il Nabucco in una favola di buoni e cattivi. Al contrario, ne mette in evidenza la natura più profonda: la storia di uomini che, accecati dal potere, dall’orgoglio, dalla fede o dal desiderio di vendetta, finiscono per scoprire il limite della propria presunta onnipotenza.

La conclusione della serata trova il suo sigillo ideale nel ritorno di «Va, pensiero». Il coro che ha attraversato l’opera torna a essere simbolo di un popolo, ma anche qualcosa di più: una memoria collettiva che appartiene ormai alla storia culturale italiana.

La pagina bianca dell’inizio si è ormai riempita di conflitti, potere, fede, amore, vendetta e riconciliazione. E quando le due metà finalmente si ricompongono.

Questo allestimento, pur avendo suscitato reazioni diverse e non sempre entusiaste, mi ha convinta profondamente. Poda non consegna allo spettatore un’immagine chiusa, un’interpretazione già risolta, ma costruisce una sorta di pagina bianca, essenziale, luminosa, sulla quale le figure, i colori, i corpi, la musica e le vicende di Nabucco prendono progressivamente forma.

Forse, in fondo, è proprio questo che può chiedere un grande teatro: non dirci esattamente cosa dobbiamo vedere, ma offrirci lo spazio per vedere qualcosa che prima non avevamo ancora immaginato.

Una pagina bianca, dunque. Ma una pagina sulla quale, sera dopo sera, ogni spettatore può scrivere la propria storia. Ed è proprio questa libertà, insieme alla forza visiva e simbolica dell’allestimento, che rende il Nabucco di Stefano Poda, almeno ai miei occhi, un’esperienza eccezionale.

A completare la macchina scenica sono le maestranze di Fondazione Arena di Verona, mentre Michele Olcese firma la direzione degli allestimenti scenici.

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