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Marilyn oltre l’icona, Melania Giglio riporta in scena Norma Jeane

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Marilyn Monroe troppo bionda per essere creduta - Melania Giglio

“Marilyn Monroe. Troppo bionda per essere creduta”, scritto e interpretato da Melania Giglio e diretto da Daniele Salvo, porta in scena non soltanto la diva, ma la donna nascosta dietro il mito.

Ci sono incontri che non si programmano e che proprio per questo acquistano un sapore particolare. Ci siamo trovati, quasi per caso e con una certa sorpresa, durante un soggiorno al Castello di Santa Severa, proprio nella serata dedicata alla presentazione della mostra Happy Birthday to You Marilyn Monroe e in concomitanza con lo spettacolo Marilyn Monroe. Troppo bionda per essere creduta.

Una serata quasi estiva, una località che amo molto, il mare a fare da sfondo e quella particolare atmosfera che soltanto Santa Severa riesce a creare: intima e allo stesso tempo grandiosa. Il luogo, già di per sé scenografico, diventava palcoscenico naturale per una storia che appartiene all’immaginario collettivo.

Ed è stato un incontro felice anche per un’altra ragione: Melania Giglio è un’attrice che amo particolarmente, e ritrovarla nei panni di Marilyn ha dato alla serata un significato ancora più intenso.

La mostra, inaugurata il 1° giugno nel centenario della nascita di Marilyn Monroe, moltiplica il volto della diva attraverso gli occhi degli artisti, attraverso fotografie, pitture, collage e interpretazioni differenti. Il teatro compie invece un’operazione opposta: cerca di togliere immagini, sovrastrutture, cliché, per arrivare alla persona.

È questa la vera scommessa di Marilyn Monroe. Troppo bionda per essere creduta, scritto e interpretato da Melania Giglio e diretto da Daniele Salvo.

Quando Melania Giglio entra in scena, la prima Marilyn che incontriamo è quella che tutti conosciamo. L’abito lamé oro, la stola di pelliccia bianca, il fascino immediatamente riconoscibile della diva. Non serve quasi presentarla. Basta la sua apparizione perché nella memoria dello spettatore si accendano fotografie, film, copertine, immagini infinite.

Poi Giglio canta.

Bye Bye Baby ci porta immediatamente dentro l’universo cinematografico di Marilyn e, soprattutto, dentro quella dimensione di attrice-cantante che nello spettacolo diventa fondamentale.

È un ingresso in scena che potrebbe sembrare semplicemente spettacolare. In realtà contiene già la chiave di lettura dell’intera pièce: prima ci viene restituita Marilyn come icona, poi lentamente quella stessa icona viene attraversata per arrivare a Norma Jeane.

Ed è proprio qui che Melania Giglio dimostra la sua statura d’interprete.

Non cerca la semplice imitazione.

La sua è una Marilyn filtrata dalla propria sensibilità artistica, costruita con il corpo, con la voce, con il canto e con una straordinaria capacità di passare dalla sensualità alla fragilità.

Melania Giglio porta sul palco una formazione teatrale importante, che comprende anche il repertorio shakespeariano affrontato al Globe Theatre di Roma, in un percorso che ha contribuito a definirne la cifra interpretativa.

Non abbiamo davanti una copia cinematografica della diva, ma un personaggio teatrale.

Giglio non deve riprodurre Marilyn: deve raccontarla.

E per farlo cambia continuamente pelle. Gli abiti si trasformano, così come cambia la donna che li indossa. Ogni trasformazione sembra restituire una delle tante Marilyn che il pubblico ha conosciuto: la sensuale, la seducente, la bambina, la donna innamorata, la diva, la donna fragile.

Il canto non è una parentesi musicale, ma parte integrante della narrazione.

Quando arriva Diamonds Are a Girl’s Best Friend, uno dei numeri più celebri legati a Marilyn, la diva sembra tornare nella sua dimensione più conosciuta: quella della bellezza, della seduzione, del lusso.

Ma proprio allora il teatro ci costringe a porci una domanda. Quanto è stato un dono quella bellezza e quanto, invece, è diventata una prigione?

Sul palco, insieme a Melania Giglio, Danny Bignotti, nel ruolo di Joe DiMaggio, e Sebastian Gimelli Morosini, nel ruolo di Milton Greene, contribuiscono a costruire la trama emotiva della vicenda.

Sono due uomini che appartengono alla vita di Marilyn, ma soprattutto sono due sguardi attraverso i quali il pubblico può avvicinarsi alla donna.

Joe DiMaggio porta con sé il ricordo di un amore complesso, mentre Milton Greene è l’amico, il fotografo, il confidente che ha conosciuto una Marilyn diversa da quella costruita dalla macchina hollywoodiana.

La regia di Daniele Salvo accompagna questo percorso senza appesantirlo. La scena rimane essenziale, ma la dimensione del racconto diventa progressivamente grande, quasi quanto il mito che sta cercando di mettere a nudo.

E noi, seduti davanti al palcoscenico, ci troviamo a seguire ogni istante di questo percorso di vita.

Il cuore della pièce è la contrapposizione tra Marilyn Monroe e Norma Jeane Baker.

È una donna che cerca di vivere dentro un’immagine che il mondo ha già deciso per lei.

Diari, poesie, lettere, amori, gravidanze perdute, farmaci, solitudine: tutto ciò che appartiene alla parte meno fotografata dell’esistenza della diva entra progressivamente nel racconto.

E qui lo spettacolo trova il suo lato più umano.

La Marilyn che conosciamo attraverso le fotografie è immobile, eterna, perfetta.

La Marilyn di Giglio invece respira, soffre, ama, canta.

La grande difficoltà di mettere in scena Marilyn oggi sta nel fatto che il pubblico arriva già con una Marilyn nella propria testa. Daniele Salvo e Melania Giglio scelgono di non combattere contro queste immagini. Le attraversano. E questa è, forse, la scelta più intelligente della pièce.

La mostra moltiplica Marilyn attraverso gli occhi degli artisti; il teatro prova invece a toglierle di dosso le immagini.

La porta via, per quanto possibile, dal piedistallo dell’icona.

E poi arriva il finale.

Candle in the Wind di Elton John e Bernie Taupin, nella sua versione originariamente dedicata a Marilyn Monroe.

Goodbye Norma Jeane.

È una conclusione perfetta e profondamente teatrale.

E quando il pubblico chiede un bis, quella richiesta diventa quasi una prosecuzione naturale dello spettacolo. Non vorremmo ancora lasciare Marilyn.

Per una sera, nel suggestivo scenario del Castello di Santa Severa, abbiamo avuto la possibilità di incontrarla non attraverso una fotografia o un’opera d’arte, ma attraverso una presenza viva.

E forse è proprio questo che il teatro sa fare meglio di qualsiasi altra forma d’arte: restituire un corpo a ciò che la memoria ha trasformato in immagine.