Ho assistito ieri sera, 6 giugno, al concerto dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia che ha concluso il ciclo delle tre serate dedicate al debutto romano del direttore rumeno Cristian Măcelaru all’Auditorium Parco della Musica. Dopo gli appuntamenti del 4 e 5 giugno, la replica del 6 giugno ha chiuso una proposta musicale particolarmente attesa, non solo per la presenza di un direttore oggi tra i più richiesti sulla scena internazionale, ma anche per un programma costruito attorno a due mondi musicali apparentemente lontani eppure profondamente comunicanti: l’America di George Gershwin e Samuel Barber e la Francia di Maurice Ravel
Barber apre il concerto con la Sinfonia n. 1 in un movimento op. 9 e siamo immediatamente immersi nell’America degli anni Trenta. Si possono assaporare i colori e i toni, talvolta avvolgenti e talvolta impetuosi e corali. Piccoli dettagli strumentali definiscono l’Allegro ma non troppo. Gli archi trionfano, le percussioni scandiscono con forza fino a un crescendo che si placa improvvisamente nel finale.
Lo spettatore viene travolto dalla calma improvvisa più che dall’irruenza, lasciandosi cullare emotivamente dalle note, mentre il direttore Cristian Măcelaru, per la prima volta a Santa Cecilia, sembra catturare le note degli strumenti con la mano sinistra, dirigendo con intensità con la destra. Una gestualità complessa e coinvolgente.

L’attesa del pubblico era però rivolta soprattutto alla Rhapsody in Blue di George Gershwin, affidata al pianista Kirill Gerstein, interprete di fama mondiale apprezzato per la sua capacità di coniugare il repertorio classico con la sensibilità jazzistica.
Entra Gerstein per eseguire la Rhapsody in Blue di George Gershwin. Torniamo indietro di un decennio: infatti fu eseguita per la prima volta nel 1924 all’Aeolian Hall di New York. L’attacco del clarinetto di Alessandro Carbonare annuncia immediatamente questa meravigliosa composizione. Nell’assolo del pianoforte il tempo si ferma. L’immobilità del momento trascina negli anni Venti. Poi le note pizzicate dagli archi lasciano di nuovo spazio a un altro momento intenso e unico, mentre Măcelaru segue con lo sguardo il pianoforte dirigendo la composizione, per poi cullarsi con l’Orchestra. La Rhapsody emoziona, commuove e rende euforici nello stesso istante.
Al termine dell’esecuzione il pubblico accoglie con entusiasmo pianista e Orchestra. La magia non finisce neppure con il bis, Over the Rainbow, offerto da Gerstein come raffinato omaggio conclusivo alla prima parte della serata.
Dopo l’intervallo, Gershwin torna protagonista con An American in Paris, il celebre poema sinfonico ispirato alle impressioni di un visitatore statunitense nella capitale francese.
An American in Paris, gioioso e spensierato, con il suo carattere quasi saltellante, ci porta immediatamente al film di Minnelli del 1951 con Gene Kelly e Leslie Caron. Le diverse sezioni della partitura fanno immaginare l’atmosfera parigina, la scoperta, i boulevard, la novità di una città ricca di vitalità. L’esecuzione e la direzione risultano impeccabili. Il pubblico è esultante.
La chiusura del concerto è affidata a uno dei capolavori assoluti del Novecento orchestrale, il Boléro di Maurice Ravel.
Si rinnova poi il legame tra Gershwin e Ravel con il Boléro, composto anch’esso nel 1928. La difficoltà nel sostenere la continua reiterazione del tema per circa quindici minuti è notevole e impegna tutta l’Orchestra, mentre il direttore sembra lasciarsi trasportare dalla musica, accompagnando una costruzione sonora che cresce lentamente fino all’esplosione finale.

Per Cristian Măcelaru questo primo incontro con l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia rappresenta un debutto significativo. La scelta di un programma costruito tra suggestioni americane e raffinatezze francesi si è rivelata particolarmente efficace nel mettere in luce le qualità della compagine romana e la versatilità interpretativa del direttore.
Al termine il pubblico tributa lunghi applausi ai protagonisti della serata, salutando con entusiasmo il debutto romano di Cristian Măcelaru e una serata che ha saputo intrecciare il fascino dell’America del primo Novecento con l’eleganza della grande tradizione orchestrale europea.
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