Ci sono autori che il teatro non può limitarsi a rappresentare: deve attraversarli. È il caso di Alda Merini, la cui scrittura continua a sottrarsi a qualsiasi tentativo di semplice restituzione scenica, chiedendo agli interpreti un coinvolgimento emotivo capace di trasformare la parola poetica in esperienza condivisa. Con Mentre rubavo la vita…, andato in scena alla Casa del Jazz il 12 luglio nell’ambito della rassegna I Concerti nel Parco – Estate 2026, Monica Guerritore affronta per la prima volta questo universo, scegliendo di misurarsi con una delle voci più intense e imprevedibili della poesia italiana del Novecento.
Lo spettacolo nasce dalla drammaturgia della stessa Guerritore e si sviluppa attorno ai versi della poetessa milanese, intrecciati alle musiche di Giovanni Nuti, compositore che con Alda Merini ha condiviso un lungo sodalizio artistico. Non si tratta di un semplice recital poetico né di un concerto: la parola e la musica dialogano continuamente, cercando un equilibrio che restituisca la natura multiforme della scrittura meriniana, dove amore, desiderio, dolore, ironia e spiritualità convivono senza mai annullarsi.
Monica Guerritore sostiene l’intera narrazione con un’interpretazione intensa e misurata.
I continui cambi d’abito scandiscono il racconto come altrettanti sipari simbolici, segnando i passaggi della vita della poetessa e accompagnando il pubblico nelle diverse stagioni della sua esistenza.
La sua voce alterna il registro della recitazione a quello del canto con naturalezza, restituendo la forza, la fragilità e l’ironia che attraversano la scrittura di Merini.

Accanto a lei, Giovanni Nuti non è soltanto il musicista che ha composto le melodie dei suoi versi, ma il testimone privilegiato di una lunga amicizia e di un sodalizio artistico durato molti anni. Il suo racconto conferisce autenticità alla narrazione: non descrive soltanto la poetessa, ma restituisce il ricordo di una donna conosciuta da vicino, con la quale ha condiviso un percorso umano e creativo.
Ad accompagnare i due protagonisti, la band composta da José Orlando Luciano al pianoforte e alle tastiere, Andrea Motta alla chitarra, Simone Rossetti Bazzaro al violino, Carlo Giardina al basso ed Emiliano Oreste Cava alle percussioni accompagna il percorso con sonorità che amplificano la tensione emotiva dei testi, mentre la regia di Mimma Nocelli sceglie la via della misura, evitando sovrastrutture sceniche e affidando la centralità dell’azione alla forza evocativa della parola e della musica.
Ma è stato il contesto stesso della rappresentazione a suggerire una chiave di lettura inattesa.
La serata romana era soffocante: il caldo avvolgeva il pubblico seduto nel verde della Casa del Jazz e, ancor più, gli artisti investiti dalle luci del palcoscenico. Una condizione fisica che, senza poter essere paragonata alla sofferenza reale vissuta da Alda Merini durante gli anni dell’internamento psichiatrico, finiva per rendere ancora più tangibile il rapporto tra corpo e parola, tra resistenza e libertà.
Nel corso della serata riaffiora anche la durezza della biografia della poetessa: gli anni trascorsi in manicomio, i trattamenti coercitivi, i numerosi elettroshock e la massiccia somministrazione di psicofarmaci, ferite che hanno segnato profondamente la sua esistenza. Eppure ciò che emerge dallo spettacolo non è il ritratto di una donna piegata dal dolore, ma quello di un’anima capace di continuare a riconoscere la bellezza, di custodire uno sguardo limpido sul mondo e di trasformare la sofferenza in poesia.

Attraverso il racconto di Monica Guerritore e di Giovanni Nuti emerge una figura di Alda Merini che, pur privata della libertà fisica, conserva intatta quella interiore. Rinchiusa tra le mura del manicomio, la poetessa continua a volare con l’immaginazione, con la scrittura, con la capacità di trasformare il dolore in arte. È forse questa la più autentica forma di sopravvivenza: quando tutto viene sottratto, resta ancora la libertà del pensiero.
Ed è proprio questa riflessione che accompagna lo spettatore oltre il momento dell’applauso. Che cosa significa davvero essere liberi? È una domanda che lo spettacolo non pretende di risolvere, ma che affida alla coscienza di ciascuno.
L’essere umano possiede una straordinaria capacità di adattarsi alle condizioni più estreme, di costruire spazi interiori nei quali continuare a vivere quando il mondo esterno sembra negare ogni possibilità.
E allora riaffiora il grande paradosso che attraversa l’intera vicenda di Alda Merini. La società l’ha definita “folle”, eppure dalle sue parole emerge una lucidità disarmante, una capacità di leggere l’animo umano che continua ancora oggi a interrogarci. Chi era davvero prigioniero? La donna rinchiusa in manicomio o il mondo incapace di comprendere la sua sensibilità? Lo spettacolo non offre risposte definitive, ma ha il merito grazie alla bravura e l’intensità del binomio Guerritore – Nuti di lasciare aperta questa domanda, che continua a risuonare anche quando il sipario è ormai calato.
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