Il 9 settembre sono arrivata a Piazza di Siena, nel cuore di Villa Borghese, per vivere da vicino una delle serate della 23ª edizione di Vinòforum
Non ho seguito l’intera settimana della manifestazione, ma proprio questa giornata mi ha permesso di entrare in contatto con un mondo molto più ampio di quello che immaginavo: vino, cucina, produttori, chef, eccellenze gastronomiche e nuove realtà da scoprire.
Dal 7 al 13 settembre 2026 Roma è tornata così a parlare il linguaggio dell’enogastronomia, con oltre 800 aziende e più di 3.200 etichette in degustazione. Numeri che restituiscono immediatamente la dimensione della manifestazione, ma che, da soli, non raccontano quello che si prova camminando tra gli stand.
La mia esperienza è iniziata proprio da lì: dai vini, naturalmente, ma anche dalla curiosità di scoprire cosa ci fosse oltre l’etichetta.
Passeggiando tra gli stand mi sono trovata davanti a un panorama estremamente vario. Grandi cantine e piccoli produttori, denominazioni conosciute e realtà più di nicchia, vini italiani e alcune presenze internazionali.
Il vino è il protagonista, ma non è l’unico elemento del racconto. La formula di Vinòforum mette infatti insieme degustazioni, masterclass, incontri professionali, top tasting, mixology e ristorazione. Il risultato è un ambiente nel quale il pubblico può passare in pochi minuti dall’assaggio di un vino all’incontro con uno chef, dalla scoperta di un prodotto alla preparazione di un piatto.

Tra gli appuntamenti che ho vissuto direttamente c’è stata l’esperienza di assaggio presso lo spazio de La Molisana.
Qui la pasta è diventata protagonista di un piccolo percorso gastronomico affidato agli chef Luca Lucchetti e Leonardo Morelli. Ho assaggiato due preparazioni molto diverse tra loro: l’amatriciana e la pasta al pesto con stracciata.

La prima mi ha riportato immediatamente alla tradizione romana. L’amatriciana è uno di quei piatti che non hanno bisogno di molte presentazioni e che, proprio per questo, richiedono attenzione quando vengono proposti in un contesto gastronomico come quello di Vinòforum.
La seconda proposta, invece, mi è sembrata più fresca e contemporanea: il pesto incontrava la cremosità della stracciata, creando un piatto dal carattere più morbido e immediato.
Quello che mi ha colpito è stato soprattutto il modo in cui la pasta riusciva a inserirsi naturalmente nel contesto della manifestazione. Ero arrivata a Vinòforum pensando soprattutto al vino, ma mi sono ritrovata a osservare anche gli ingredienti, il loro utilizzo e il rapporto tra prodotto e cucina.
In quel momento ho capito che Vinòforum non è soltanto un luogo in cui degustare. È anche un luogo in cui osservare come un prodotto entra nella cucina e diventa esperienza.
Tra uno stand dedicato al vino e l’altro, la mia esperienza mi ha portato anche fuori dal percorso più immediato delle degustazioni.
A Piazza di Siena ho avuto infatti modo di conoscere anche BAP Roma una caffetteria presente alla manifestazione.
È stata una scoperta diversa rispetto agli stand del vino e agli appuntamenti gastronomici, ma proprio per questo mi ha incuriosita.
In una manifestazione così fortemente legata all’enogastronomia, trovare uno spazio dedicato alla caffetteria ha aggiunto per me un ulteriore tassello al racconto del mondo del gusto.
Non voglio però anticipare troppo. L’esperienza con BAP Roma merita infatti un approfondimento dedicato, nel quale racconterò con maggiore attenzione ciò che ho provato, la proposta della caffetteria e le sensazioni che mi ha lasciato.
Per ora posso dire che è stata una delle scoperte che hanno reso ancora più varia la mia giornata a Vinòforum.
Uno dei temi che caratterizza l’edizione 2026 è il rapporto tra memoria e innovazione.
Il programma gastronomico è costruito attorno a due format principali: i Temporary Restaurant, raccolti sotto il concept “Roma: Radici e Futuro”, e le Night Dinner, dedicate invece al tema “Human Factor. Passato, presente e futuro”.
Non avendo seguito le altre serate, non posso raccontarle come esperienza personale. Posso però guardare al programma e riconoscere una linea comune: la volontà di interrogarsi su cosa significhi oggi parlare di tradizione.
Tra gli appuntamenti previsti ci sono quelli dedicati a Taverna Flavia, GUSTA, Tribuna Campitelli e Longitude 12 Bistrot & Jardin de Le Méridien Visconti Rome.
Martedì 8 settembre, Taverna Flavia, con lo chef Andrea Lattanzi e l’imprenditore Luca Di Clemente, ha proposto una rilettura della tradizione romana attraverso piatti come il gnocco alla romana fritto, ripieno di cremoso al parmigiano, e il fusillone di baccalà alla trasteverina.
Giovedì 10 settembre è stato invece il momento di GUSTA, con lo chef Edoardo Conti e il proprietario e sommelier Riccardo Celon.
Il ristorante ha portato a Piazza di Siena una cucina più street e contaminata, rappresentata dal pastrami sandwich e dal gazpacho di peperoni, pomodoro e anguria con ricotta salata di capra e polpettine di legumi.
Venerdì 11 settembre il programma ha previsto Tribuna Campitelli, con Francesco Brandini e Roberto Bonifazi affiancati dal maître-sommelier Daniele Gizzi.
Qui la memoria romana e mediterranea ha incontrato una cucina più tecnica, con proposte come il risotto agli scampi e la rana pescatrice alla Rossini.
Sabato 12 settembre è stata la volta del Longitude 12 Bistrot & Jardin de Le Méridien Visconti Rome, guidato dall’Executive Chef Giuseppe Gaglione.
La sua proposta rappresenta bene il concetto di “radici e futuro”: le origini napoletane dello chef incontrano Roma e una rilettura delle grandi tradizioni regionali italiane.
Tra i piatti previsti, i ravioli ripieni di pomodoro San Marzano e pecorino di Amatrice, con burro fuso e limone nero fermentato, e il baccalà marinato con aceto di Lambrusco, sedano croccante e mela Annurca.
Sono appuntamenti che non ho vissuto direttamente, ma che completano il quadro di una manifestazione nella quale la cucina diventa uno strumento per raccontare il cambiamento.
Lo stesso discorso vale per le Night Dinner.
Il tema scelto per questa edizione, “Human Factor. Passato, presente e futuro”, mette al centro la componente umana della cucina: esperienza, memoria, manualità e sensibilità.
Nel programma figurano chef come Gabriel Collazzo, Rocco De Santis, Sara Scarsella, Danilo Mancini, Gian Marco Bianchi, Stefano Bartolucci e Giordano Gianforchetti.
Tra gli appuntamenti in calendario c’è stata la cena di Rocco De Santis dell’8 settembre, durante la quale lo chef del Flora, presso il Grand Hotel Flora di Roma, ha portato in tavola alcuni piatti simbolo della propria carriera.
Dal menu emergevano proposte come l’anguilla con dragoncello, mandorla e tosazu, gli spaghetti con burro alle alghe, bergamotto, ricci di mare e bottarga di tonno, fino alla triglia in crosta di pane, pesto di pinoli e uvetta, gel di cipolla rossa e ristretto alla livornese. Il percorso si è chiuso con il dessert “Dolce emozione di miele”.
Il 10 settembre, invece, Danilo Mancini, chef di Anavà, ha interpretato il tema dell’Human Factor attraverso una cucina fatta di contrasti e accostamenti insoliti.
Il menu prevedeva, tra le altre proposte, pecora, gamberi, bernese, zafferano e dragoncello; ditali, lardo, lattughe, bottarghe, uva, cedro e finocchietti; polpo con legumi e visciole e un dessert nel quale porro e funghi dialogavano con mandorla, fichi settembrini e vin cotto.
Anche qui il filo conduttore sembra essere lo stesso: la tradizione non come qualcosa da conservare immobile, ma come materia da trasformare.
Durante la mia visita, naturalmente, il vino è rimasto il protagonista.

Con oltre 3.200 etichette, orientarsi tra le diverse proposte significa compiere un piccolo viaggio attraverso l’Italia del vino.
Il Wine Theatre ha accompagnato il programma con verticali, anteprime, denominazioni da riscoprire e incontri con produttori ed esperti, in collaborazione con l’Associazione Italiana Sommelier.
Tra gli approfondimenti della manifestazione anche quello dedicato allo Champagne e alle diverse espressioni della denominazione francese.
Ma la cosa che ho trovato più interessante è stata la possibilità di leggere il vino attraverso le persone e i territori che rappresenta. Dietro ogni bottiglia c’è una scelta: un vitigno, un metodo produttivo, un territorio, una filosofia aziendale.
E passeggiando tra gli stand questa varietà diventa evidente.
Anche la location contribuisce all’esperienza. Piazza di Siena, nel cuore di Villa Borghese, per una settimana si trasforma in uno spazio completamente diverso da quello che normalmente associamo a questo luogo di Roma.
Quando arrivo, la sensazione è quella di entrare in una piccola città del gusto: persone che degustano, produttori che raccontano i propri vini, chef al lavoro e visitatori che si spostano da uno spazio all’altro alla ricerca di qualcosa da scoprire.
La mia esperienza a Vinòforum è durata una sola giornata, ma è stata sufficiente per capire come la manifestazione abbia costruito negli anni un’identità che va oltre la semplice degustazione.
Alla fine della serata mi rimane proprio questa impressione: Vinòforum non è soltanto una manifestazione in cui si beve e si mangia.
È un luogo nel quale si incontrano storie. E forse è questo il vero valore di un evento enogastronomico: permettere a chi lo visita di andare oltre il prodotto, di conoscerne l’origine, le persone e il percorso che lo porta fino al nostro bicchiere o al nostro piatto.
Io sono arrivata a Piazza di Siena per raccontare una serata dedicata al vino. Sono tornata a casa con molto di più: nuovi sapori, nuove scoperte e alcune storie che, come quella di BAP Roma, meritano ancora di essere raccontate.







