Home Cinema The Mastermind un altro film sottovoce di Kelly Reichardt

The Mastermind un altro film sottovoce di Kelly Reichardt

0
The Mastermind
MUBI, il distributore globale nonché piattaforma votata al cinema d’autore, porta nelle sale italiane dal 30 ottobre The Mastermind, l’ultimo lavoro di Kelly Reichardt, presentato in Concorso al 78. Festival di Cannes. Dopo First Cow e Showing Up, la regista americana torna a esplorare il margine umano, questa volta con il volto sottile e inquieto di Josh O’Connor
2025_Mastermind-Movie-Inc

Siamo nel Massachusetts, all’inizio degli anni ’70. J.B. Mooney è un padre di famiglia silenzioso, un uomo in crisi di ruolo e prospettiva, senza lavoro, con un’intelligenza fuori posto nel quartiere monotono in cui vive. Quando decide di organizzare una rapina in un piccolo museo locale, non lo fa per avidità, ma per una forma strana di riscatto personale. Il “colpo”, che sulla carta dovrebbe essere semplice, diventa il pretesto per un’esplorazione psicologica, sociale e quasi filosofica su cosa significhi agire, osare, tentare di affermarsi nel mondo.

Con una fotografia calda Reichardt imbastisce un racconto che non segue le regole del genere. Qui non ci sono piani perfetti, né tensione hollywoodiana: c’è invece il silenzio delle scelte, la goffaggine degli ideali, l’intimità dei fallimenti. Josh O’Connor, in stato di grazia, dà corpo e volto a un uomo sospeso tra il sogno e la disillusione.

Il cast di supporto, da Alana Haim a Bill Camp, passando per John Magaro e Gaby Hoffmann, offre contributi sottili, talvolta volutamente smorzati, quasi a sottolineare l’idea di un mondo che non ascolta più. La colonna sonora jazzata, discreta, accompagna senza invadere, mentre la messa in scena lavora per sottrazione, esaltando l’ambiguità dei gesti.

©2025_Mastermind-Movie-Inc

Più che una storia di rapina, The Mastermind è un film sull’inadeguatezza, su come il mito americano del “fare da sé” si frantumi nel privato. Reichardt ci invita a osservare da vicino, senza giudicare né esaltare. E ci chiede: cosa succede quando l’azione non basta più a definire l’uomo?

Si riconosce appieno lo stile della regia, i protagonisti come in Wendy and Lucy, First Cow, Old Joy sono ai margini della società e spesso isolati da essa. I silenzi danno il ritmo al film e la musica jazz di sottofondo contorna come un ricamo la trama. Rubare non è un gesto criminale ma quasi una necessità di sopravvivenza per ritrovarsi e riconoscersi in quella marginalità dolorosa che emerge dai conflitti sociali.