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La fine di Oak Street quando il quotidiano incontra l’impossibile

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La fine di Oak Street di David Robert Mitchell

Scritto e diretto da David Robert Mitchell e interpretato da Anne Hathaway ed Ewan McGregor, La fine di Oak Streetarriva al cinema il 12 agosto, distribuito da Warner Bros. Pictures

Tutto parte da strane luci, lampi nella notte mentre la famiglia Platt è a cena. «Saranno gli alieni?», scherzano, portando subito l’evento verso l’assurdo. È l’inizio di La fine di Oak Street, il nuovo film di David Robert Mitchell, regista di The Myth of the American Sleepover, It Follows e Under the Silver Lake, un autore visionario che, anche passando a una produzione più grande e spettacolare, continua a muoversi dentro il proprio universo cinematografico.

Perché Mitchell cambia scala, ma non cambia davvero sguardo. Ancora una volta prende un ambiente quotidiano, familiare, apparentemente rassicurante e lo attraversa con qualcosa di inspiegabile. Se in It Follows era una minaccia invisibile a insinuarsi nella normalità, qui sono i dinosauri a irrompere nella tranquilla periferia americana.

CHRISTIAN CONVERY as Brian Platt in “The End of Oak Street,” a Warner Bros. Pictures release. Photo Credit: Daniel McFadden

Fin dalle prime immagini il richiamo al cinema di Spielberg è evidente: i colori patinati e retrò, la periferia americana, la famiglia borghese un po’ caotica e disastrata, fino ai ragazzini in bicicletta che ricordano inevitabilmente E.T.. È una nostalgia precisa, quasi dichiarata, che Mitchell utilizza per costruire un mondo rassicurante prima di farlo saltare completamente.

Poi arrivano i dinosauri e la famiglia, già in crisi, è costretta a stare insieme per sopravvivere. È forse il tema più interessante del film, ma anche quello più problematico: sembra quasi che soltanto una situazione estrema possa costringere una famiglia a collaborare, comunicare e, nel caso di Denise e Greg, a ritrovare persino l’amore.

A Scene from “The End of Oak Street,” A Warner Bros. Pictures release. Photo Credit: Photo Courtesy Warner Bros. Pictures

In questo percorso ha un ruolo curioso Starbuck, il cane di famiglia. È lui a spingere i Platt verso l’esplorazione e, dopo la sua scomparsa, diventa una sorta di collegamento tra la famiglia e il nuovo mondo. Il nome richiama inevitabilmente Moby Dick: lo Starbuck di Melville è il primo ufficiale del Pequod, uomo razionale e prudente, contrapposto all’ossessione di Ahab. Qui il rapporto è rovesciato: è il cane, inconsapevolmente, a condurre la famiglia verso l’ignoto. Che sia un riferimento voluto o meno, la suggestione rimane.

L’idea di partenza è originale e funziona soprattutto per il contrasto tra dinosauri e normalità suburbana. Mitchell continua a dimostrare di avere un’immaginazione visiva riconoscibile, capace di trasformare luoghi ordinari in spazi perturbanti.

Ma La fine di Oak Street resta anche dentro il sapore patinato della famiglia borghese anni Ottanta, quella in cui il grande disastro finisce per rimettere ordine nei sentimenti. E qui emerge una certa semplicità del messaggio: serve un cataclisma, un mondo preistorico e una mandria di dinosauri per fare quello che una famiglia dovrebbe riuscire a fare senza dover aspettare la fine del mondo: stare insieme?

EWAN McGREGOR as Greg Platt and ANNE HATHAWAY as Denise Platt in “The End of Oak Street,” A Warner Bros. Pictures release. Photo Credit: Photo Courtesy Warner Bros. Pictures

È forse questa la contraddizione più interessante del film: un regista visionario che continua coerentemente a portare l’impossibile dentro il quotidiano, ma che questa volta sceglie di raccontare una storia molto più rassicurante di quelle a cui ci aveva abituati.

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