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Marilyn Monroe un mito che non smette di sorridere al Castello di Santa Severa

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Omar RONDA, Marilyn Frozen, 2004, tecnica mista foto ed inclusione di resine, 50 x 50 cm, collezione privata

Dal 1° giugno al 30 agosto 2026, al Castello di Santa Severa, cento opere raccontano la diva che ha attraversato generazioni, trasformandosi in icona, stereotipo e musa senza mai perdere la propria fragilità

Varchi la soglia della mostra e Marilyn Monroe è già lì. Ti aspetta sulle pareti, nelle fotografie, nei collage, nelle tecniche miste, nelle riproduzioni e negli oggetti che ne hanno fissato il volto nell’immaginario collettivo. E lo fa nel luogo forse più suggestivo possibile: il Castello di Santa Severa, con il mare che si intravede dalle finestre e accompagna, quasi naturalmente, questo viaggio dentro uno dei miti più persistenti del Novecento.

Caterina TOSONI Double-face 2026 tecnica-mista_-35-x-35-x-5_5-cm, collezione privata

È “Happy Birthday to You Marilyn Monroe”, la mostra allestita nel centenario della nascita dell’attrice, avvenuta a Los Angeles il 1° giugno 1926. Ma più che raccontare semplicemente Marilyn, il percorso permette di capire quanto la sua immagine sia ancora permeabile, disponibile a essere reinterpretata e capace di passare da una generazione all’altra senza perdere la propria forza.

Marilyn è stata bellissima e fragile, intelligentissima e costretta troppo spesso a recitare anche fuori dal set la parte della svampita. Una donna che ha pagato, in molti momenti della sua vita, le conseguenze della propria bellezza e del personaggio che quella bellezza aveva contribuito a costruirle addosso.

È forse questo il paradosso che la mostra riesce meglio a mettere in evidenza: Marilyn è ovunque, ma non è mai esattamente la stessa.

Una poesia di Pier Paolo Pasolini accoglie lo spettatore all’ingresso. Da quel momento il volto dell’attrice sembra moltiplicarsi e occupare ogni spazio disponibile. Sorridente, seducente, malinconica, ironica, trasformata dal linguaggio dell’artista che la incontra: camaleontica e, nello stesso tempo, sempre fedele a se stessa.

Il percorso riunisce circa cento opere e propone una grande varietà di linguaggi. Ci sono i collage di Malipiero, Tommaso Cascella e Lamberto Pignotti, mentre dalla collezione privata arriva una riproduzione di Andy Warhol, uno degli artisti che più di ogni altro ha contribuito a trasformare Marilyn in un’immagine pop destinata alla riproduzione infinita.

E poi le tecniche miste, che moltiplicano ancora una volta le possibili Marilyn: Hector & Hector, Jacobo de Chirico, Dario Brevi, Annarita Serra, Shura Baggio, Antonio Murgia, Francesco Brescia e Giampiero Arzuffi, insieme ai molti altri artisti presenti nel percorso.

Non ci sono soltanto quadri. Fotografie e oggetti contribuiscono a ricostruire la dimensione più ampia del mito. Tra questi anche un LP della 20th Century Records, con incise le canzoni interpretate da Marilyn: un piccolo oggetto che riporta improvvisamente l’icona alla sua dimensione più concreta, quella di una donna che cantava, recitava e costruiva, non senza fatica, la propria identità pubblica.

La particolarità dell’allestimento è anche nel dialogo involontario tra ciò che è esposto e ciò che sta fuori. Da una finestra si intravede il mare; ci si volta verso un’altra opera e ritroviamo Marilyn. Le immagini della diva e il paesaggio del castello finiscono così per sovrapporsi, creando un’atmosfera sospesa tra la celebrazione del mito e la sua inevitabile malinconia.

A completare l’inaugurazione, nella stessa giornata di apertura della mostra, è arrivato anche il teatro con “Marilyn Monroe – Troppo bionda per essere creduta”, scritto e interpretato da Melania Giglio, che ha portato in scena la protagonista confrontandosi con il personaggio oltre la sua dimensione più conosciuta e stereotipata.

Se sulle pareti la Marilyn degli artisti si moltiplica in immagini, colori e interpretazioni, sul palcoscenico Giglio ha cercato invece di restituirne la dimensione più intima, quella della donna nascosta dietro l’icona. Il titolo stesso dello spettacolo sembra giocare con uno degli stereotipi più resistenti legati all’attrice: quella bionda apparentemente ingenua che Marilyn fu spesso costretta a interpretare agli occhi del pubblico.

Renato MENEGHETTI, RX2 Marilyn, 2012, stampa Lambda, 24 x 24 cm, collezione privata

La presenza contemporanea della mostra e dello spettacolo crea così un doppio racconto. Da una parte l’immagine pubblica, continuamente riprodotta e trasformata dagli artisti; dall’altra la donna, con le sue fragilità, le inquietudini e il difficile rapporto con il personaggio che il mondo aveva costruito intorno a lei.

Perché Marilyn continua a funzionare? Forse proprio perché non è mai stata soltanto un’immagine. Dietro il sorriso, gli abiti, i capelli biondi e lo stereotipo della donna apparentemente ingenua rimane una figura molto più complessa, sulla quale ogni epoca sembra avere bisogno di proiettare qualcosa.

La mostra, curata da Paolo Pancaldi, riunisce opere realizzate dagli anni Sessanta a oggi accanto a lavori commissionati a 36 artisti contemporanei, tanti quanti gli anni vissuti da Marilyn. Ne emerge un ritratto necessariamente frammentario: non quello di una donna raccontata una volta per tutte, ma quello di un’icona che continua a cambiare ogni volta che qualcuno decide di rappresentarla.

E così Marilyn sorride da ogni parete.

Un sorriso che conosciamo tutti, anche senza aver mai visto un suo film. È probabilmente questa la misura più evidente della sua permanenza nel nostro immaginario: Marilyn Monroe appartiene a una storia lontana, ma la sua immagine continua a essere immediatamente riconoscibile. E, a cento anni dalla sua nascita, sembra ancora avere qualcosa da dirci.

La mostra “Happy Birthday to You Marilyn Monroe” è visitabile al Castello di Santa Severa nell’ambito della programmazione estiva 2026.