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Il viaggio di Francesco, la fede che attraversa il dubbio

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IL VIAGGIO DI FRANCESCO di Pino Quartullo

Al Teatro Quirino di Roma, nell’anno dell’ottavo centenario della morte del Santo di Assisi, Pino Quartullo porta in scena un Francesco lontano dagli stereotipi: fragile, tormentato, umano. E proprio per questo profondamente contemporaneo

C’è una “coincidenza” che rende particolarmente significativo l’approdo de Il viaggio di Francesco al Teatro Quirino di Roma: San Francesco d’Assisi muore dopo i Vespri di sabato 3 ottobre 1226 e viene sepolto il giorno successivo. Ottocento anni dopo, nelle stesse date, sabato 3 e domenica 4 ottobre 2026, il Santo torna idealmente sul palcoscenico romano attraverso la scrittura e la regia di Pino Quartullo.

Non è soltanto una ricorrenza religiosa. Il 4 ottobre è oggi anche festa nazionale italiana dedicata a San Francesco d’Assisi, in virtù della legge n. 151 del 1° ottobre 2025. Una scelta che conferisce a questa celebrazione un significato civile oltre che spirituale, proprio mentre il Paese ricorda gli ottocento anni dalla morte di una delle figure più riconoscibili della propria storia culturale e religiosa.

È dunque in un contesto particolarmente simbolico che Il viaggio di Francesco inaugura la stagione 2026-2027 del Teatro Quirino Vittorio Gassmann. Lo spettacolo, prodotto da Maximo Event di Nicolò Innocenzi in collaborazione con SB Management, nasce da un progetto speciale del Ministero della Cultura e propone un Francesco che non viene raccontato soltanto attraverso la santità, ma soprattutto attraverso l’uomo che precede e attraversa quella santità.

La drammaturgia di Quartullo prende liberamente le mosse da La sapienza di un povero di Eloi Leclerc, intrecciandola con suggestioni tratte da La ferita, la letizia di Davide Rondoni, dal racconto L’ultima notte di Francesco di Gabriele Galloni, dalle Fonti Francescane e dalla consulenza di fra Simone Castaldi.

Il punto di osservazione scelto è quello degli ultimi anni della vita di Francesco. Un uomo che torna dalla Terra Santa dopo aver tentato di costruire un ponte tra religioni, ma che ritrova profondamente trasformato il proprio ordine. I compagni di un tempo sono ormai diventati migliaia di frati e quella comunità che aveva avuto in lui il proprio riferimento carismatico sembra non riconoscersi più completamente nella severità della Regola.

Francesco si ritira allora alla Verna, malato e provato, in cerca di un silenzio che dovrebbe ricondurlo alla vicinanza con Dio. Ma proprio quel silenzio diventa il centro drammatico dello spettacolo.

È qui che Quartullo compie una scelta interessante: non raccontare un santo già compiuto, impermeabile alla paura e al dubbio, ma mostrare la crisi dell’uomo che si interroga sul senso stesso del proprio cammino. Il Francesco che emerge dalla scena è attraversato dalla fragilità, dalla sofferenza e dalla domanda più difficile per chi crede: cosa accade quando Dio sembra tacere?

La domanda non è estranea alla grande tradizione della spiritualità cristiana. Anche la mistica conosce infatti il linguaggio dell’aridità e dell’apparente assenza di Dio. Nel pensiero cristiano, la prova della fede non coincide necessariamente con la sua negazione: può diventare, al contrario, il luogo nel quale la fede viene messa alla prova e approfondita. È un tema che attraversa anche la spiritualità di Maria Teresa di Calcutta, per la quale alla difficoltà e all’instabilità dell’esperienza umana risponde una fiducia radicale.

In questo senso, il Francesco di Quartullo è un uomo che non perde necessariamente la fede perché dubita: è un uomo che passa attraverso il dubbio per comprenderla nuovamente.

Ed è forse proprio questa la chiave più teatrale dell’intera operazione.

Perché la scena non ha bisogno di costruire un’immagine monumentale del Santo. Al contrario, la scelta scenografica è sobria, essenziale, quasi spoglia. Pochi elementi definiscono lo spazio e lasciano agli interpreti il compito di costruire l’ambiente emotivo. Anche i costumi di Vania Della Bidia rispettano il contesto storico senza rinunciare a piccoli interventi stilistici che diventano parte della narrazione: una toppa che si trasforma in decorazione, un cappuccio che può nascondere il volto, i sandali apparentemente semplici ma studiati anche nella loro resa acustica.

Sono dettagli che non cercano di imporsi, ma contribuiscono a creare quella dimensione di raccoglimento che lo spettacolo richiede. La scena sembra quasi voler fare meno rumore possibile per lasciare spazio alla parola, alla musica e, soprattutto, alla spiritualità.

La musica diventa infatti uno degli strumenti attraverso i quali il racconto si apre a una dimensione ulteriore. Il canto non è soltanto un accompagnamento: diventa una forma di comunicazione con Dio, un modo per trasformare la parola in preghiera.

È una caratteristica che emerge anche dal lavoro degli interpreti, dotati di una vocalità particolarmente interessante. Giulio Tropea, Roberto Fazioli, Massimiliano Viola Grosso, Gaetano Marsico, Simone Sabia, Giorgio Melone e Rachele Sarti compongono un gruppo nel quale la dimensione corale acquista un’importanza precisa, soprattutto nei momenti in cui il racconto individuale di Francesco diventa esperienza collettiva.

Tra le figure che acquistano particolare rilievo c’è anche Chiara, il cui rapporto con Francesco viene valorizzato non soltanto sul piano narrativo, ma soprattutto attraverso il legame spirituale che unisce i due personaggi. Una presenza capace di restituire un’altra prospettiva sulla vicenda del Santo, evitando che il racconto rimanga chiuso esclusivamente nella dimensione maschile del suo percorso.

Il cuore dello spettacolo rimane però Francesco. Non il Francesco dell’iconografia più rassicurante, ma quello che vacilla. L’uomo che ha scelto radicalmente la povertà e la fede e che, proprio nel momento della maggiore sofferenza, si trova a confrontarsi con il silenzio di Dio.

Le stimmate diventano allora il passaggio attraverso il quale dolore fisico e tormento spirituale si incontrano. E da quel dolore nasce anche una delle pagine più alte della sua esperienza: il Cantico delle Creature, tradizionalmente riconosciuto come la prima opera poetica in volgare italiano.

La traiettoria drammaturgica sembra così procedere dalla certezza al dubbio e dal dubbio a una fede nuovamente conquistata. Non una fede ingenua, ma una fede passata attraverso la prova.

Non è un eroe senza paura. È un uomo che continua a camminare nonostante la paura.

E il finale sembra voler sciogliere proprio questa tensione. Dopo avere attraversato il dolore, il dubbio e il silenzio, il teatro si trasforma in uno spazio condiviso: agli spettatori viene chiesto di unirsi agli attori nel canto di una versione del Cantico delle Creature– il Laudato si’. Il gesto conclusivo rompe la distanza tra palco e platea e trasforma il pubblico da osservatore a partecipe.

A ottocento anni dalla sua morte, Francesco torna così a parlare attraverso il teatro. E lo fa non offrendo risposte facili, ma una domanda che rimane aperta: quanto è possibile credere quando, proprio nel momento in cui si cerca Dio, sembra di non riuscire più a sentirne la presenza? Forse la risposta dello spettacolo è tutta nel viaggio.

Non nella certezza di non essersi mai persi, ma nella possibilità di ritrovare la strada proprio attraversando il momento in cui ci si è sentiti più lontani.

Il viaggio di Francesco, scritto e diretto da Pino Quartullo, sarà in scena al Teatro Quirino di Roma sabato 3 ottobre alle ore 21 e domenica 4 ottobre alle ore 17.

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