Home Arte Due traiettorie della pittura: Schifano e Tirelli al Palazzo Esposizioni

Due traiettorie della pittura: Schifano e Tirelli al Palazzo Esposizioni

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Mario Schifano Futurismo rivisitato a colori, 1965 spray e perspex su tela, 177,3 × 307 cm, trittico Collezione privata © MARIO SCHIFANO, by SIAE © Archivio Mario Schifano

Sono Azienda Speciale Palaexpo e Intesa Sanpaolo a promuovere, con il sostegno di Roma Capitale, il doppio appuntamento espositivo dedicato a Mario Schifano e Marco Tirelli, allestito al Palazzo Esposizioni dal 17 marzo al 12 luglio 2026. Due mostre parallele che, tra retrospettiva e progetto site-specific, mettono a confronto visioni radicalmente diverse della pittura, offrendo al pubblico l’occasione di attraversare oltre mezzo secolo di ricerca artistica italiana, tra sperimentazione mediatica e introspezione simbolica

Mario Schifano
Senza titolo (Beebe’s tree) , 1963
smalto e grafite su carta applicata su tela, 200 × 200 cm, dittico Collezione privata
Foto Giorgio Benni
© MARIO SCHIFANO, by SIAE © Archivio Mario Schifano

Nel programma espositivo primaverile del Palazzo Esposizioni, l’apertura simultanea delle mostre dedicate a Mario Schifano e Marco Tirelli costruisce un dialogo tanto implicito quanto fertile tra due momenti cruciali della pittura italiana: quello dell’esplosione mediatica e linguistica del secondo Novecento e quello della riflessione introspettiva e simbolica maturata a partire dagli anni Settanta.

La grande retrospettiva su Schifano, curata da Daniela Lancioni, si configura come una ricognizione ampia e stratificata, capace di restituire la natura profondamente instabile e metamorfica dell’artista. Più che una semplice successione cronologica, il percorso appare come un campo di forze in cui le immagini si generano per proliferazione, per variazione continua, secondo una logica interna che rifugge ogni sistematizzazione definitiva. L’esposizione, che riunisce oltre cento opere, provenienti da collezioni pubbliche e private, italiane e internazionali.

Dalle prime prove informali ai monocromi, veri e propri azzeramenti del gesto pittorico, fino alla reinvenzione iconografica mediata dalla fotografia e dalla cultura di massa, Schifano si impone come un artista che ha fatto della pittura un dispositivo aperto, capace di assorbire e rilanciare i segni del proprio tempo. Non è un caso che il percorso espositivo, articolato tra la rotonda e le sette sale del piano nobile, insista sulla dimensione processuale del suo lavoro, accostando opere secondo nuclei tematici e varianti, in linea con la sua pratica di lavorare per cicli.

In questo senso, la ricostruzione ambientale della “camera da pranzo” del 1968 e la presenza del corpus filmico non funzionano come semplici apparati documentari, ma come elementi strutturali di una pratica che ha costantemente attraversato i confini tra media. La pittura, per Schifano, non è mai stata un territorio autonomo: è piuttosto una superficie di transito, un luogo di condensazione di immagini già viste, consumate, e tuttavia nuovamente rese attive. L’inclusione dei cortometraggi, fruibili nella sala, ribadisce questa tensione a espandere il quadro verso il tempo e il movimento.

Se la mostra di Schifano si muove nel segno della dispersione e dell’energia centrifuga, Anni luce di Tirelli, a cura di Mario Codognato, si presenta invece come un dispositivo unitario, quasi liturgico. Qui la pittura non esplode, ma si raccoglie. Non invade il reale, ma lo distilla.

Le quarantuno opere concepite per l’occasione si dispongono come un unico flusso visivo, un “nastro” continuo che trasforma lo spazio espositivo in un teatro della memoria, una sorta di percorso interiore in cui le immagini sembrano affiorare da una dimensione temporale sospesa.

L’idea stessa di Anni luce nasce da un paragone con la luce delle stelle, che continua a viaggiare nello spazio anche dopo la loro scomparsa: così come accadono i fatti nella nostra vita e il vissuto resta in una forma che inizialmente non conosciamo, anche la memoria può rivelarsi successivamente in una presenza concreta. È in questo scarto tra accadimento e rivelazione che si inscrive la ricerca di Tirelli, dove la pittura diventa il luogo in cui la memoria prende corpo, traducendosi in una presenza tanto enigmatica quanto necessaria.

Marco Tirelli, Senza Titolo, 2025, inchiostro e tempera su tavola, cm 206X206, foto di Stefano Bonilli

Tirelli lavora per sottrazione, per epifanie trattenute: le forme emergono dall’ombra come apparizioni, sospese tra riconoscibilità e dissoluzione. La luce, elemento cardine della sua ricerca, non illumina ma rivela, suggerisce. È una luce mentale, che costruisce lo spazio come proiezione interiore piuttosto che come dato fisico.

Marco Tirelli, Senza Titolo, 2025, inchiostro e tempera su tavola, cm 206×155, foto di Stefano Bonilli

Il confronto tra le due mostre, pur non dichiarato, risulta inevitabile. Schifano e Tirelli incarnano due modalità opposte e complementari di intendere la pittura: da un lato, la pittura come attraversamento del presente, esposizione al flusso ininterrotto delle immagini; dall’altro, la pittura come luogo di sedimentazione, archivio simbolico e mnemonico.

Eppure, proprio in questa distanza si intravede una possibile linea di continuità: entrambi gli artisti interrogano la natura stessa dell’immagine, la sua capacità di farsi esperienza e pensiero. In modi radicalmente diversi, entrambi mettono in crisi l’idea della pittura come semplice rappresentazione, restituendole una funzione più complessa.

Nel percorso della mostra, articolato negli ampi spazi suddivisi in sale, l’opera di Mario Schifano si dispiega non soltanto attraverso i dipinti ma anche nella significativa sezione dedicata ai cortometraggi, che contribuisce a restituire la complessità della sua figura. Tra questi materiali, colpiscono in modo particolare le interviste a Marianne Faithfull, che rievoca l’artista con uno sguardo intriso di dolcezza, sottolineandone l’estrema sensibilità e generosità.

Il ricordo dell’episodio in cui Schifano vendette un proprio quadro per acquistare per lei un cappotto, durante un inverno particolarmente rigido a Roma, assume quasi il valore di una narrazione emblematica: un gesto che traduce nella vita quotidiana quella tensione emotiva e quell’urgenza affettiva che attraversano anche la sua pittura. Accanto a questa testimonianza, affiora la presenza di Anita Pallenberg, figura centrale nella sua vita affettiva, il cui legame con l’artista contribuisce a restituire un’immagine più intima e vulnerabile di Schifano, distante dalle mitologie pubbliche e radicata in una dimensione emotiva profonda.

Mario Schifano
Interno di casa romana, 1968 (dettaglio)
smalto, spray, grafite e pastello su tela, 303 × 720 cm, polittico Collezione privata
Foto Giorgio Benni
© MARIO SCHIFANO, by SIAE © Archivio Mario Schifano

In filigrana, la retrospettiva si inserisce inoltre in un più ampio programma di studi promosso dal Palazzo delle Esposizioni, volto a rileggere criticamente la cultura visiva italiana del secondo dopoguerra, con particolare attenzione alla scena romana. In questo quadro, la figura di Schifano emerge non solo come protagonista, ma come snodo cruciale di una rete di esperienze che attraversano pittura, fotografia e cinema, restituendo l’immagine di un artista che ha fatto della trasformazione continua il proprio metodo e, insieme, la propria eredità.