
C’è sempre un momento, nella vita musicale di una città, in cui il repertorio smette di essere semplice ripetizione e torna a farsi evento. È ciò che è accaduto il 23 aprile, quando un interprete riconoscibile e radicale ha incontrato una partitura-monumento come la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi. Il ritorno di Myung-Whun Chung sul podio con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e il Coro di diretto da Andrea Secchi si è inscritto pienamente in questa dimensione
Chung ha confermato di non essere un direttore incline al gigantismo fine a sé stesso, e proprio per questo il Requiem verdiano ha trovato nelle sue mani un equilibrio più sottile. La sua cifra, fatta di controllo delle dinamiche e attenzione alla respirazione interna della frase, ha restituito con chiarezza quella tensione tra teatro e liturgia che è il vero cuore dell’opera. Il Requiem è emerso così per ciò che è: teatro sacro senza scena, un dramma dell’assenza costruito su contrasti estremi, tra deflagrazioni improvvise (il Dies irae) e rarefazioni sospese.

Foto ufficiale del Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretto da Piero Monti
©Accademia Nazionale di Santa Cecilia / Musacchio, Ianniello, Pasqualini & Fucilla
La Messa da Requiem si è rivelata, in ogni istante, un flusso continuo di intensità e meraviglia, ma alcuni momenti hanno raggiunto un apice emotivo condiviso. Il Lacrymosa, affidato a soli e coro, ha condensato dolore e bellezza in un’unica arcata espressiva di grande presa; il Sanctus ha sprigionato un’energia luminosa e compatta, di impressionante precisione corale. Nell’Agnus Dei, l’alternarsi di soprano, coro e mezzosoprano, fino alla loro fusione, ha generato una sensazione estatica di rara suggestione.
Suggestive anche le corde pizzicate dei contrabbassi nel Lux aeterna, capaci di creare un’atmosfera sospesa e quasi irreale, mentre nel Libera me è riemerso, magico e impetuoso, il richiamo del Dies irae (“Dies irae, dies illa, calamitatis et miseriae”), come un’eco ossessiva che attraversa l’intera partitura.
Il contesto originario della composizione resta fondamentale per comprenderne la portata. Verdi concepì questa Messa come un gesto di memoria civile oltre che spirituale, dedicandola a Alessandro Manzoni, figura che incarnava per lui un ideale morale prima ancora che letterario. Non è un caso che il compositore recuperi il Libera me scritto per Gioachino Rossini, trasformandolo nel nucleo generativo dell’intera architettura: una memoria che si stratifica su un’altra memoria, rendendo il Requiem profondamente italiano e universale.
In questo senso, la conclusione si è confermata una delle pagine più sconvolgenti mai concepite: la fuga finale, con il soprano proiettato verso il Do acuto e il coro progressivamente rarefatto, è apparsa meno come una chiusura che come una sospensione. Nessuna consolazione, nessuna redenzione esplicita: solo la persistenza della domanda.

Il quartetto vocale ha offerto una prova solida e ben calibrata. Ailyn Pérez ha unito morbidezza e intensità, Ekaterina Semenchuk ha garantito una linea densa e autorevole. René Barbera si è distinto per luminosità e agilità, mentre Roberto Tagliavini ha conferito profondità e nobiltà al registro grave.

Ma, come sempre in questa partitura, è stata la fusione tra coro, orchestra e solisti a determinare il risultato complessivo, raggiungendo momenti di notevole compattezza espressiva.
Il concerto, trasmesso in diretta radiofonica, ha aggiunto un ulteriore livello di riflessione: il Requiem, nato per uno spazio preciso e per una comunità raccolta, continua a reinventarsi attraverso i mezzi della contemporaneità, senza perdere la propria capacità di interrogare chi ascolta.

Più che un’esecuzione semplicemente riuscita, quella del 23 aprile si è imposta come un’esperienza capace di restituire al Requiem la sua natura inquieta e problematica. Myung-Whun Chung ha evitato tanto l’enfasi quanto un’eccessiva compostezza, guidando l’esecuzione con un gesto di sorprendente precisione, quasi meticoloso nella cura del dettaglio, ma sempre attraversato da un’intensità trattenuta e vigile. Una lettura non solo convincente, ma necessaria.
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