
Presentato alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Orizzonti, La ragazza con la Leica di Alina Marazzi si confronta con una figura tanto affascinante quanto ancora sorprendentemente poco esplorata dal cinema: Gerda Taro, fotografa, esule, militante antifascista e prima fotoreporter a morire sul campo di battaglia

Il film, liberamente ispirato al romanzo La ragazza con la Leica di Helena Janeczek, sceglie di avvicinarsi a Taro partendo da un momento preciso: Parigi, 14 luglio 1937. È una giornata di festa, ma anche una sorta di vigilia privata. Gerda è insieme a Robert Capa e agli amici con cui ha condiviso l’esilio dalla Germania nazista. Il giorno successivo dovrà tornare sul fronte della guerra civile spagnola, dove troverà la morte poche settimane dopo.
È dunque dalla soglia della fine che Marazzi sembra voler raccontare una vita ancora tutta proiettata verso il futuro.
La struttura narrativa si muove tra passato e presente, lasciando riaffiorare gli episodi che hanno costruito l’identità di Gerda: gli anni a Lipsia e l’impegno politico, l’esilio parigino, l’incontro con Capa, l’apprendistato fotografico e soprattutto la progressiva consapevolezza della macchina fotografica come strumento non soltanto artistico, ma politico.
La Leica diventa così molto più di un oggetto: è un dispositivo attraverso cui guardare il mondo e, nello stesso tempo, prendere posizione nei suoi confronti.
È proprio questo uno degli elementi più interessanti alla base del progetto di Marazzi. Raccontare Gerda Taro significa inevitabilmente interrogarsi sul rapporto tra immagini e Storia, sulla possibilità della fotografia di diventare testimonianza e persino forma di resistenza.
Taro appartiene a una generazione per la quale fotografare non significava semplicemente documentare ciò che accadeva, ma scegliere da quale parte guardare.

E la sua storia è inseparabile da quella dell’Europa degli anni Trenta: il fascismo, il nazismo, l’esilio, il conflitto spagnolo, la minaccia sempre più concreta dei totalitarismi. Una generazione di giovani europei costretta a crescere troppo rapidamente, mentre intorno a sé il continente precipitava verso la guerra.
Ma La ragazza con la Leica non sembra voler ridurre Gerda Taro alla sola dimensione dell’eroina antifascista. Nelle intenzioni dichiarate dalla regista, accanto alla forza politica convivono la gioia di vivere, l’amore, l’amicizia, il desiderio di libertà e quella particolare energia che appartiene alla giovinezza quando il futuro sembra ancora aperto a ogni possibilità.
È anche attraverso questa contraddizione che il personaggio acquista spessore: Gerda è una donna consapevole della storia che sta precipitando, ma contemporaneamente una ragazza innamorata della vita.
La sua relazione con Robert Capa, che il film attraversa insieme alla scoperta della fotografia, non rappresenta quindi soltanto un capitolo sentimentale, ma parte di un percorso di formazione artistica e politica.
Marazzi torna così su una delle questioni centrali del suo cinema: la memoria come materia viva, capace di mettere in comunicazione epoche differenti. Le fotografie di Taro, osserva la regista, costituiscono una sorta di ponte tra passato e presente. Sono immagini nate quasi novant’anni fa, ma continuano a interrogarci sul significato di testimoniare la realtà attraverso una macchina fotografica.
E inevitabilmente il film porta con sé una domanda contemporanea. Cosa significa oggi guardare le immagini di una guerra? Quale responsabilità ha chi fotografa, filma o diffonde ciò che accade? E fino a che punto un’immagine può ancora essere considerata uno strumento di conoscenza, quando siamo quotidianamente sommersi da fotografie, video e immagini di conflitti?
Il titolo stesso, La ragazza con la Leica, contiene qualcosa di programmaticamente evocativo: prima ancora del nome, c’è uno sguardo. Prima ancora della leggenda, c’è una macchina fotografica. E dentro quella macchina fotografica, la possibilità di trasformare l’esperienza individuale in testimonianza collettiva.
Con Emilia Schüle nei panni di Gerda Taro e un cast internazionale che comprende Aaron Altaras, Luna Wedler, Lucas Englander e Thomas Schubert, il film si muove inoltre attraverso più lingue: tedesco, inglese, spagnolo e francese coerentemente con una storia che è, fin dalle sue origini, una storia europea.
A quasi un secolo di distanza, Gerda Taro rimane una figura difficile da separare dal mito che si è costruito intorno a lei e a Capa. Ed è proprio qui che si colloca la sfida più interessante del film: sottrarre Taro alla semplice funzione di “musa” o compagna di uno dei fotografi più celebri del Novecento e restituirle pienamente il proprio sguardo.
Al centro ci sono due fotogiornalisti, Gerda Taro e Robert Capa, due giovani che sembrano avere fame della vita tanto quanto delle immagini. Il film li osserva nel momento in cui amore, fotografia e impegno politico finiscono inevitabilmente per alimentarsi a vicenda.
Emilia Schüle interpreta Gerda Taro con una naturalezza sorprendente. Il suo tedesco, preciso e credibile, è soltanto il primo elemento di una costruzione del personaggio che evita qualsiasi rigidità. La sua Gerda è leggera, curiosa, vitale. È una ragazza attraversata da numerosi amori, dalla curiosità, dal desiderio e dalla necessità quasi fisica di vivere tutto ciò che la sua epoca le mette davanti.
In Taro c’è un’ansia di vivere che coincide con un’ansia di lasciare una traccia. Fotografare significa fermare ciò che altrimenti scomparirebbe; significa sopravvivere attraverso le immagini quando il corpo, inevitabilmente, non potrà più farlo.
Ed è qui che il film compie un gesto particolarmente significativo nei confronti della memoria di Gerda Taro. Per decenni la sua figura è rimasta inevitabilmente in ombra rispetto a quella di Robert Capa. Marazzi sembra voler intervenire proprio su questa memoria sedimentata, restituendo a Taro uno spazio che non sia quello della compagna, della musa o della donna accanto a un fotografo più celebre.
E allora il loro rapporto diventa qualcosa di più complesso di una semplice storia d’amore. Gli amori di Gerda sono parte di una libertà vissuta senza troppe sovrastrutture, figlia di una generazione giovane, europea e costantemente in bilico. Ma tra tutti, quello con Capa appare diverso. È quello che emerge come il legame più profondo, quello in cui due persone finiscono per alimentarsi reciprocamente.
Come accade nei rapporti più autentici, si spingono a vicenda oltre i propri limiti. Si influenzano, si provocano, si sostengono e si trascinano dentro la storia. L’amore diventa così anche un modo per crescere artisticamente, per cercare una fotografia più vicina alla realtà, più rischiosa, più necessaria.
E proprio la fotografia diventa il linguaggio attraverso cui i due riescono forse meglio a comunicare.
La Leica diventa allora il simbolo perfetto di questa sopravvivenza. Taro non è più soltanto la ragazza che impugnava una macchina fotografica: è la donna che attraverso quella macchina ha cercato di lasciare un’immagine di ciò che stava accadendo.







