
Da ieri e fino al 4 aprile 2027, cinquantaquattro opere di trentacinque artisti raccontano la gallerista che fece dialogare Parigi e New York
A Fireworks. Ileana Sonnabend e il boom dell’arte contemporanea si arriva salendo la grande scalinata di Palazzo Esposizioni Roma, e vale la pena ricordare che questo edificio, inaugurato alla presenza del Re il 21 gennaio 1883 su progetto di Pio Piacentini, fu pensato proprio per ospitare mostre. Ed è esattamente a questo che ha pensato il curatore, Mario Codognato: radunare opere provenienti da gallerie e collezioni diverse, lavori che in altri contesti difficilmente avrebbero trovato uno spazio all’altezza.
Una volta in cima, mi trovo nell’atrio colonnato, e ad accogliermi, al centro, è una figura monumentale di acciaio specchiante color arancio: la Balloon Venus Lespugue di Jeff Koons, che rielabora in forma di palloncino una Venere preistorica di circa 28.000 anni fa. La superficie riflette le colonne, i soffitti decorati e i visitatori, e così l’opera si fonde con l’architettura ottocentesca del Palazzo: un incontro tra la memoria più antica e il linguaggio pop, che è già una dichiarazione d’intenti della mostra.
Ai lati si aprono le sale espositive, quattro per parte, otto in tutto, quelle del piano nobile. Qui le opere prendono spazio e forma, e gli artisti, grazie a un allestimento così ampio, riescono a esprimersi al massimo.
La mostra, Fireworks. Ileana Sonnabend e il boom dell’arte contemporanea, è promossa da Roma Capitale e da Palaexpo, coorganizzata dal Comune di Mantova e realizzata con The Sonnabend Collection Foundation di New York e Marsilio Arte. Le opere arrivano dalla Fondazione e dalla Sonnabend Homem Collection, conservate in parte a Mantova e in parte a New York, dalla collezione permanente del Comune di Mantova e da altre importanti raccolte pubbliche e private. Tra i prestiti c’è anche quello del Mart di Trento e Rovereto, e poi la Fondazione Giovanni e Alda Anselmo e la collezione dello stesso Gilberto Zorio.

Nine Jackies, 1964
serigrafia su tela / silkscreen on canvas
163,8 x 132,7 cm
The Sonnabend Collection Foundation, in prestito da / lent by Sonnabend Collection Mantova
© The Andy Warhol Foundation
for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026 | Foto courtesy The Sonnabend Collection Foundation
Nata a Bucarest nel 1914 come Ileana Schapira, Sonnabend sposa nel 1933 Leo Castelli e con lui apre a Parigi, nel 1939, una prima galleria. La guerra li porta negli Stati Uniti, dove incontrano gli espressionisti astratti. Dopo il divorzio e le nozze con Michael Sonnabend, nel 1961 torna in Europa con un obiettivo preciso: far conoscere l’arte americana. Nel 1962 apre a Parigi la Galerie Ileana Sonnabend, attiva fino al 1980; nel 1970 arriva la sede newyorkese. Dalla sua galleria passano Johns, Rauschenberg, Dine, Lichtenstein, Warhol, Oldenburg; e a New York porta Merz, Kounellis, Paolini, Ontani, Zorio, Gilbert & George, Penck, Baselitz.

Piombi, 1968
2 fogli di piombo, solfato di rame, fluoresceina, barra di rame, corda / 2 sheets of lead, copper sulfate, fluoroscein, copper bar, rope
100 x 150 x 120 cm
Collezione dell’artista / Collection of the artist
© GILBERTO ZORIO, by SIAE 2026 | Foto Michele
Sereni
Mi ha colpito subito la forza di Wall Explosion II di Roy Lichtenstein: un’esplosione da fumetto, un istante violento e fugace, fissato in una scultura d’acciaio e smalto. Le didascalie ricordano che Sonnabend gli dedicò la prima personale europea, nel 1963.
Poi la sala delle ricerche più concettuali. Il Senza titolo di Giovanni Anselmo tiene in tensione una lastra trasparente di perspex con un tondino di ferro, e sembra sul punto di liberarsi. Di Robert Morris sono esposti i cubi di alluminio e un grande feltro che si dispone secondo il proprio peso. Bruce Nauman fa ripetere a un altoparlante una frase tautologica accanto a una trave d’acciaio. Con Piombi Gilberto Zorio mette in scena una reazione chimica che trasforma l’opera nel tempo. In Barry Le Va, quella che sembra una dispersione casuale di materiali è in realtà frutto di calcoli e di disegni preparatori.
Non manca Roma. Di Tano Festa c’è Persiana (New Shutter), che Sonnabend vide nel 1962 alla galleria La Tartaruga di Plinio De Martiis e acquistò. Pistoletto, nella Donna seduta di spalle, fa entrare chi guarda nell’opera attraverso il proprio riflesso sull’acciaio. Jim Dine accosta una natura morta di oggetti trovati a sette tele che campionano le condizioni atmosferiche di un paesaggio. E Ashley Bickerton, con Wild Gene Pool: Ark No. 3, trasforma una custodia nera in una capsula del tempo con semi da colture di tutto il mondo.
Sonnabend teneva spesso per sé le opere che amava di più.
Camminando tra le otto sale, la sensazione è proprio questa: seguire lo sguardo di una donna che ha riconosciuto in anticipo le novità del suo tempo, e le ha fatte conoscere oltre i confini del loro paese.
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