Home Musica Carmina Burana accende l’Auditorium: Michele Spotti conquista Roma

Carmina Burana accende l’Auditorium: Michele Spotti conquista Roma

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Il Coro dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Una notte d’estate come poche, il 17 luglio 2025 nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, la musica ha assunto il volto implacabile del destino. Il concerto di chiusura della rassegna di luglio dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha avuto come protagonista un monumento del repertorio corale-sinfonico del Novecento: i Carmina Burana di Carl Orff, affidati alla direzione del giovane e talentuosissimo Michele Spotti al suo debutto con il Coro di Santa Cecilia

La celebre cantata scenica, composta tra il 1935 e il 1936 e ispirata da un fortuito incontro del compositore con un codice medievale, venne eseguita per la prima volta l’8 giugno 1937 a Francoforte sul Meno, diventando rapidamente l’opera-simbolo di Orff, al punto da oscurare il resto della sua produzione.

Se molti compositori sono ricordati per una loro opera in particolare, pochi possono vantare una connessione così totalizzante come quella tra Carl Orff (1895–1982) e i suoi Carmina Burana. Il compositore scoprì nel Codex Buranus, una raccolta di testi medievali profani scritti dai goliardi, una linfa poetica travolgente, ricca di vitalismo e ironia. Questi studenti erranti, chierici ribelli, poeti e giocolieri vissuti tra il X e il XIII secolo, cantavano la sorte mutevole, il piacere dell’amore, l’ebbrezza del vino, il gioco e la carnalità con una libertà sorprendente. E, a ben vedere, le loro ossessioni non sono così distanti dalle nostre.

Orff seppe dare a questi testi una veste sonora radicalmente nuova, moderna per la sua epoca e ancora oggi di impressionante potenza. La sua scrittura si distingue per un’orchestrazione audace, spesso fondata su ostinati ritmici e armonici, su un linguaggio armonico essenziale e diretto, e su parti corali omofoniche, prevalentemente a due o tre voci, che galleggiano sopra un tessuto orchestrale incalzante e pulsante. Il ritmo è il cuore dell’opera, non solo nelle sezioni orchestrali, ma anche nel trattamento vocale: Orff usa il testo con forza percussiva, come se la parola stessa fosse percussione, danza, impulso vitale.

La struttura dei Carmina Burana, articolata in un prologo (e sua ripresa finale) e tre grandi sezioni, si è snodata nella serata romana sotto la bacchetta salda di Spotti con grande chiarezza drammaturgica. L’apertura, Fortuna Imperatrix Mundi, con l’iconico “O Fortuna”, ha subito imposto il tono monumentale dell’opera, mentre la prima sezione, Primo vere, ha restituito il risveglio della natura con vivide tinte orchestrali e fervore ritmico.
Matteo Mancini

Segue Uf dem Anger, in cui la danza popolare e la celebrazione della primavera si fanno carne, e la seconda grande parte, In taberna, dove Matteo Mancini, baritono energico e penetrante, ha dominato la scena: accompagnato dal coro diretto da Andrea Secchi ha dato vita a una sequenza travolgente di brani. Il pubblico ha apprezzato anche la il tenore Omar Mancini, che ha saputo dosare ironia e tecnica in una delle pagine più spiazzanti dell’opera.

Omar Mancini

È quindi giunto l’ingresso delle voci bianche, eteree e trasognanti, che hanno annunciato l’inizio della terza sezione, Cour d’amours, dedicata all’amore, alla bellezza e al desiderio. Qui Marina Fita Monfort, con timbro limpido e fraseggio raffinato, ha incantato in In trutina. Il suo canto, sospeso tra esitazione e abbandono, ha portato la Cavea in un’altra dimensione emotiva. L’apice poetico si è toccato con Blanziflor et Helena, inno all’amore che prepara il gran finale.

Ed eccolo, il ritorno del Destino, con il secondo O Fortuna e la ripresa di Fortuna Imperatrix Mundi. L’opera si chiude così come è iniziata, con una ruota che gira inesorabile: tutto passa, tutto torna, sotto l’impulso cieco e potente della sorte.

Inserito nella Stagione Estiva 2025 dell’Accademia di Santa Cecilia, questo concerto ha rappresentato non solo un evento musicale di rilievo, ma anche un segnale forte della direzione artistica intrapresa: investire sul talento, puntare sui giovani, coniugare grande repertorio e nuove energie. E lo ha fatto nella cornice unica della Cavea.

Michele Spotti ha dimostrato ancora una volta di essere una delle bacchette più promettenti del panorama internazionale. E Roma lo ha accolto con un’ovazione.