
Al Piccolo Eliseo, Lucia Calamaro mette in scena le inquietudini economiche e le fragilità di una generazione sospesa tra precarietà, desiderio di futuro e paura di non farcela. Con ironia, tre interpreti raccontano una realtà in cui perfino un pacchetto di caffè può diventare il detonatore di una crisi.
Ci sono momenti in cui basta un gesto quotidiano, apparentemente insignificante, per accorgersi che qualcosa è cambiato. È il prezzo di un pacchetto di caffè, arrivato a sette euro e custodito sottochiave accanto al gin, a far precipitare Daniele e Gioia, due quarantenni precari e amici da sempre, nell’improvvisa consapevolezza della propria fragilità economica. Da quella piccola scoperta prende avvio Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni, scritto e diretto da Lucia Calamaro, in scena al Piccolo Eliseo dal 2 al 25 ottobre 2026.

Il punto di partenza è quotidiano, quasi banale, e proprio per questo disarmante. Perché il problema non è soltanto quanto costi il caffè, ma ciò che quel prezzo rivela: il progressivo restringersi dello spazio in cui è possibile vivere senza paura, progettare il futuro, immaginare una casa propria o semplicemente sentirsi al riparo dall’incertezza. I conti, quando si comincia davvero a farli, difficilmente tornano. E così l’ansia di diventare poveri smette di essere un timore astratto per trasformarsi in una presenza concreta, capace di invadere ogni gesto e ogni decisione.
Daniele e Gioia si ritrovano a fare i conti con una condizione condivisa da molti: lavori saltuari, passioni che faticano a diventare sostentamento, desideri che sembrano continuamente rimandati.
Nel tentativo di trovare una via d’uscita, i due si rivolgono allo Stato, immaginando che gli aiuti pubblici possano rappresentare una possibilità concreta. È qui che incontrano Barbara, un’impiegata pubblica illuminata e di buon cuore, interpretata da Barbara Chichiarelli, che assume il ruolo di una singolare allenatrice dell’esistenza.

E noi, seduti in prima fila, quasi dentro lo spazio scenico del Piccolo Eliseo, si percepisce anche un’altra emozione: quella di una sala che ritrova finalmente il proprio pubblico dopo anni di attesa per la riapertura. L’entusiasmo attraversa il teatro, si avverte tra gli spettatori e nella presenza della stampa alla prima. La vicinanza agli attori rende ancora più immediato il confronto con le loro inquietudini, come se le domande poste sul palco non appartenessero soltanto ai personaggi, ma potessero raggiungere direttamente chi assiste.
Eppure, dentro questo quadro di preoccupazioni, lo spettacolo non sceglie la disperazione. Non c’è nulla di tragico nel senso più convenzionale del termine: c’è piuttosto la realtà, con le sue contraddizioni, le sue assurdità e quella capacità di farci sorridere proprio quando sembra non esserci molto da ridere. I tre interpreti attraversano le difficoltà con leggerezza e precisione, restituendo al pubblico il ritratto di una generazione che continua a cercare possibilità anche quando le condizioni sembrano negarle.
In questo percorso, il sogno assume un significato particolare. Può essere il desiderio di una casa, di un lavoro, di una vita finalmente meno precaria. Ma può anche essere qualcosa di più piccolo e, proprio per questo, prezioso: riuscire a vedere una lucciola. Un’immagine fragile, quasi impercettibile, che apre uno spiraglio dentro una quotidianità dominata dalle preoccupazioni.
Sognare, sembra suggerire Calamaro, non significa necessariamente fuggire dalla realtà. Non è soltanto un modo per sottrarsi alle difficoltà o immaginare un mondo in cui tutto sia più semplice. Significa anche tentare di dare forma a ciò che desideriamo, provare a realizzarlo e poi tornare alla vita quotidiana, con tutti i suoi limiti, senza rinunciare del tutto alla possibilità di cambiarla.
È in questo movimento continuo tra immaginazione e concretezza che Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni trova il proprio respiro. Non offre soluzioni facili, non promette che prepararsi basti a superare gli ostacoli e non trasforma l’ottimismo in una risposta obbligata. Piuttosto, lascia aperta una domanda: che cosa ci resta quando il futuro appare sempre più difficile da costruire?
Forse la possibilità di continuare a immaginarlo. Non come alternativa alla realtà, ma come primo passo per affrontarla. Al Piccolo Eliseo, tra risate, inquietudini e applausi finali, resta così la speranza di poter ancora sognare. Anche quando i conti non tornano. Anche quando il caffè costa sette euro e il futuro, più che una promessa, sembra diventato un lusso.
Un testo incredibile ricercato, corposo quello scritto e diretto da Lucia Calamaro, ricco di applausi finali e di speranza di poter ancora sognare.
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