Colorato, vivo, acceso. L’Isola dei Ricordi è un film che fa dei colori e dell’energia visiva una vera estensione del sentimento che vuole raccontare: l’amicizia. Diretto da Joel Crawford e Januel P. Mercado e prodotto da Mark Swift, il nuovo film originale DreamWorks Animation arriva nelle sale italiane dal 24 settembre 2026, distribuito da Universal Pictures International Italy, con le voci italiane di Giulia Vecchio e Alessandro Tiberi
C’è qualcosa di immediatamente riconoscibile nell’ Isola dei Ricordi: il suo desiderio di essere un film luminoso, pieno di vita, di colori e di movimento, senza però nascondere le emozioni più difficili. È un’animazione che sceglie deliberatamente di essere accesa, quasi esplosiva, e che utilizza la ricchezza cromatica del proprio universo fantastico per riflettere il sentimento che si trova al centro della storia.
Quello di Jo e Raissa è infatti, prima ancora che un viaggio fantastico, un viaggio dentro un’amicizia.
Le due ragazze si conoscono fin dall’infanzia e sono cresciute insieme, ma arrivano al momento in cui la loro vita sta per cambiare. Raissa è pronta a partire per il college negli Stati Uniti, mentre Jo deve confrontarsi con la paura di essere lasciata indietro. È una situazione semplice, quasi quotidiana, che il film trasforma in una grande avventura fantasy attraverso il portale che conduce le protagoniste a Nakali, un’isola popolata dalle creature del folklore filippino.
La fantasia, però, non serve a nascondere il problema. Al contrario, lo rende visibile.
La paura di Jo è una paura molto concreta: quella dell’abbandono, del distacco, della crescita e delle strade diverse che inevitabilmente arrivano quando si diventa adulti. E proprio qui L’Isola dei Ricordi trova uno dei suoi aspetti più interessanti. Il film non racconta l’amicizia come qualcosa di semplice o indistruttibile per definizione. Le difficoltà ci sono, i conflitti anche, e il rapporto tra le due protagoniste attraversa momenti di incomprensione e fragilità.
La magia interviene soltanto per dare a queste emozioni una dimensione fantastica. L’isola diventa una sorta di finestra temporale irreale nella quale Jo e Raissa possono confrontarsi con ciò che stanno perdendo e, soprattutto, con ciò che rischiano di dimenticare.
Ed è proprio la memoria a diventare la vera posta in gioco.
Per tornare a casa le due ragazze devono affrontare la possibilità di perdere tutti i ricordi della loro amicizia. Un paradosso narrativo che funziona perché trasforma in materia concreta qualcosa che nella vita reale è molto più sfuggente: il timore che, prendendo strade diverse, si possa finire per diventare estranei alle persone con cui abbiamo condiviso gli anni più importanti della nostra formazione.
C’è poi un elemento che permette di inserire L’Isola dei Ricordi in un’evoluzione più ampia del cinema d’animazione contemporaneo.
Per molti anni l’animazione destinata al grande pubblico ha utilizzato l’amore romantico come uno dei principali motori emotivi delle proprie storie, soprattutto nella tradizione delle fiabe e dei racconti che ruotavano attorno alla ricerca del “lieto fine”. Ma negli ultimi decenni il panorama si è progressivamente allargato: l’amore non è scomparso, ma ha smesso di essere necessariamente la sola forma di legame capace di garantire ai protagonisti una trasformazione o un compimento.
Sono diventati centrali anche l’amicizia, la famiglia, l’appartenenza e la scoperta di sé.
La stessa storia della DreamWorks offre diversi esempi di questa trasformazione. In Dragon Trainer, 2025, per esempio, il rapporto tra Hiccup e Sdentato è prima di tutto un’amicizia capace di cambiare entrambi; Il robot selvaggio, 2024 il centro emotivo diventa invece il rapporto tra Roz e il piccolo orfano che cresce. La stessa DreamWorks descrive i propri film come storie costruite attorno a “legami” e a eroi non convenzionali, all’interno di mondi nuovi e fantastici.
Non si tratta quindi di una sostituzione dell’amore romantico con l’amicizia, ma di un allargamento delle possibilità narrative. Il cinema d’animazione contemporaneo sembra riconoscere che esistono molti modi diversi di amare e di essere importanti per qualcuno, e che non tutti devono necessariamente passare attraverso una relazione sentimentale.
Il film ha il merito di non raccontare l’amicizia come una condizione perfetta. Jo e Raissa litigano, si feriscono, si allontanano emotivamente e soprattutto devono accettare che la loro vita non potrà rimanere uguale per sempre.
La crescita porta inevitabilmente con sé una separazione. Le persone cambiano, partono, incontrano altre persone, costruiscono nuove esperienze. Il rischio è quello di interpretare questo cambiamento come una fine.
L’Isola dei Ricordi sceglie invece una prospettiva diversa: una relazione può trasformarsi senza necessariamente scomparire.
La finestra fantastica offerta da Nakali permette alle due protagoniste di affrontare in modo quasi letterale la paura di perdere il proprio passato. Ma, una volta concluso il viaggio, ciò che conta non è tanto che la magia abbia risolto ogni problema, quanto la consapevolezza che le due ragazze hanno acquisito.
L’amicizia viene ritrovata, ma non perché tutto sia tornato esattamente come prima. Viene ritrovata perché Jo e Raissa hanno imparato ad accettare il cambiamento.
E questo rende il messaggio finale più interessante di un semplice “l’amicizia vince sempre”. L’amicizia dura, sembra dirci il film, non perché il tempo si fermi, ma perché può attraversarlo.
Anche la componente visiva sembra muoversi nella stessa direzione. L’Isola dei Ricordi è un film estremamente colorato, vivo e acceso. Nakali è un’esplosione di tonalità, creature, paesaggi e suggestioni che sembrano trasformare la fantasia in un linguaggio emotivo.
I colori non sono soltanto una scelta estetica. Diventano parte del modo in cui il film comunica energia, meraviglia e appartenenza. Il mondo reale e quello fantastico hanno identità cromatiche differenti e il passaggio dall’uno all’altro accompagna anche il cambiamento emotivo delle protagoniste.
È una caratteristica che rende il film immediatamente riconoscibile e che permette alla DreamWorks di giocare con una tavolozza particolarmente ricca, influenzata dal folklore filippino, dagli anime e dall’estetica degli anni Novanta.
Le creature di Nakali, per quanto bizzarre, minacciose o divertenti, finiscono così per assumere una funzione quasi simbolica. Il vero mostro che Jo e Raissa devono affrontare non è necessariamente la Manananggal. È la paura che il tempo possa cancellare ciò che hanno condiviso.
È una paura che il film rende comprensibile anche a chi non ha mai attraversato un portale magico o incontrato una creatura mitologica: basta aver salutato un amico sapendo che da quel momento qualcosa sarebbe cambiato.
La forza de L’Isola dei Ricordi sta proprio nel prendere questa esperienza universale e trasformarla in una favola colorata e fantastica.
Alla fine, l’isola può essere lasciata alle spalle. Le creature possono essere sconfitte. Il viaggio può terminare. Ma quello che Jo e Raissa hanno imparato rimane.







