Diretto da Ridley Scott e distribuito in Italia da The Walt Disney Company Italia – 20th Century Studios, The Dog Stars – Le stelle dopo la fine è nelle sale italiane da oggi, 26 agosto 2026, protagonisti Jacob Elordi, Margaret Qualley e Josh Brolin, affiancati da Guy Pearce, Allison Janney e Benedict Wong
Un futuro distopico, in un mondo che non c’è più. È da questa immagine, apparentemente familiare al cinema post-apocalittico, che Ridley Scott costruisce The Dog Stars – Le stelle dopo la fine, ma lo fa scegliendo una strada diversa da quella del puro spettacolo.
Qui la catastrofe non è soltanto ciò che è accaduto: è soprattutto ciò che ha lasciato dietro di sé. Un’umanità decimata, sospettosa, incapace di fidarsi dell’altro e sempre più soggetta ai propri istinti più biechi. Il raziocinio, l’empatia, la solidarietà sembrano essere diventati beni di lusso. Sopravvivere viene prima di tutto. Essere umani, invece, è diventata una scelta.
Ed è proprio attorno a questa contraddizione che Scott costruisce il suo film.
Il protagonista Hig, interpretato da un intenso Jacob Elordi, è un uomo che vive in questo nuovo ordine del mondo cercando di proteggersi senza smarrire completamente ciò che era prima. Scott ne dirige la performance con grande attenzione, evitando di affidarsi a una sovrabbondanza di dialoghi e lasciando invece che siano il volto, i silenzi e i gesti a raccontare quello che il personaggio non riesce o non vuole dire.
È un cinema fatto di sottrazione, nel quale anche uno sguardo può diventare una battuta.
E in questo senso Margaret Qualley si rivela una scelta perfetta per il ruolo di Cima. La sua presenza ha qualcosa di androgino e contemporaneamente sensuale, ma soprattutto è attraversata da una straordinaria intensità. Scott sembra quasi cercare continuamente i suoi occhi, soffermandosi sulle espressioni, sui cambiamenti impercettibili del volto, su ciò che passa tra due persone prima ancora che venga pronunciata una parola.
Non c’è bisogno di costruire una storia d’amore tradizionale, fatta di grandi dichiarazioni o di sentimentalismo. Il rapporto tra i personaggi nasce lentamente, attraverso una conoscenza che è prima di tutto osservazione. Si ricomincia a guardarsi. A studiarsi. Ad ascoltarsi. E questa forse è la vera sorpresa del film.
In un mondo nel quale la fiducia è diventata una debolezza, l’atto stesso di osservare l’altro senza aggredirlo assume un significato enorme. Scott trasforma così gli sguardi in una forma di dialogo, facendo della distanza tra i personaggi uno spazio narrativo tanto importante quanto le parole.
Il film procede quindi con un ritmo volutamente delicato, quasi silenzioso. È il silenzio di un mondo che non c’è più. Un mondo nel quale la natura, come spesso accade nel cinema post-apocalittico, ha ricominciato a riprendersi ciò che l’uomo aveva occupato. Ed è proprio la natura uno degli elementi più affascinanti del film.
Quello che sullo schermo appare come un Colorado devastato è in realtà, in gran parte, Italia: Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Abruzzo e Lazio vengono trasformati dalla fotografia di Erik Messerschmidt in un paesaggio americano irriconoscibile.
Sono soprattutto le montagne e gli spazi naturali dell’Abruzzo a regalare alcune delle immagini più suggestive. La natura sembra essersi ripresa il proprio spazio mentre l’uomo, al contrario, è costretto a ridimensionarsi, a muoversi con cautela in un mondo che non gli appartiene più.
Ma c’è qualcosa di particolarmente affascinante nel modo in cui Scott utilizza questi luoghi. Non li trasforma semplicemente in uno scenario spettacolare. Li lascia respirare.
Le montagne, i boschi, gli spazi aperti sembrano quasi osservare i personaggi mentre attraversano un pianeta che non appartiene più all’uomo. La natura torna ad avere vigore proprio mentre la civiltà perde il proprio.
E allora il paesaggio diventa una sorta di specchio: fuori, la vegetazione ricresce; dentro, gli esseri umani devono imparare nuovamente a vivere insieme.
Anche Josh Brolin, nei panni di Bangley, contribuisce a questo equilibrio. È una presenza ruvida, quasi da cowboy, un uomo plasmato dalla diffidenza e dalla necessità di sopravvivere. Ma anche il suo personaggio finisce per inserirsi in quel particolare sistema di relazioni nel quale Scott sembra credere: poche parole, molti sguardi, una fisicità che racconta più di qualsiasi spiegazione. È un cast che conquista proprio attraverso la misura.
Scott non sembra interessato a riempire ogni vuoto. Al contrario, lascia che siano i vuoti a parlare. Non tutto viene spiegato, non ogni emozione viene sottolineata, non ogni rapporto deve necessariamente trasformarsi in una dichiarazione.
E questa scelta rende The Dog Stars un film sorprendentemente intimo per un regista che ha costruito una parte enorme della propria carriera sulla spettacolarità. La fine del mondo, allora, diventa quasi un pretesto per raccontare qualcosa di molto più piccolo: la possibilità di tornare a fidarsi di qualcuno.
Quando tutto ciò che conoscevamo è scomparso, cosa resta dell’essere umano?
Guardando i nomi coinvolti, The Dog Stars appare dunque come un progetto nel quale Ridley Scott ha scelto di circondarsi di professionisti con cui esiste già una precisa familiarità artistica.
Non è un elemento da sottovalutare. La continuità di una troupe può permettere a un regista di lavorare con maggiore libertà, perché non è necessario costruire da zero un linguaggio comune. Fotografia, scenografia, montaggio, costumi e musica possono dialogare partendo da una conoscenza reciproca già consolidata.
E questo, nel caso di Scott, può essere particolarmente importante. A più di quarant’anni da Alien e Blade Runner, il regista continua a tornare su alcuni dei temi che hanno definito il suo cinema: la fragilità dell’essere umano, la sopravvivenza, il rapporto con ambienti ostili e soprattutto la capacità di trasformare un universo cinematografico in qualcosa di tangibile.
The Dog Stars – Le Stelle Dopo la Fine sembra quindi voler riprendere uno di quei territori che Scott conosce bene, ma attraverso una prospettiva potenzialmente più intima: non tanto la spettacolarità della fine del mondo, quanto la domanda su cosa rimanga quando il mondo, quello conosciuto, è già finito.
Ed è proprio qui che il film dovrà giocarsi la sua partita più importante: capire se la dimensione post-apocalittica sarà soltanto un’altra grande scenografia da attraversare oppure se diventerà lo spazio attraverso cui raccontare qualcosa di autenticamente umano.
A completare l’identità del film c’è la musica di Harry Gregson-Williams, compositore che vanta una lunga storia di collaborazione con Scott.
Il loro rapporto comprende Le crociate – Kingdom of Heaven, Prometheus, Exodus – Dei e re, Sopravvissuto – The Martian, The Last Duel e Il Gladiatore II. Gregson-Williams porta inoltre con sé una filmografia estremamente eterogenea, che comprende la saga di Shrek, Le cronache di Narnia, The Rock, Armageddon e numerosi lavori per il cinema d’azione e d’avventura.
In un film post-apocalittico la colonna sonora può diventare un elemento particolarmente delicato. Il rischio è quello di sottolineare eccessivamente ogni emozione; la sfida, al contrario, consiste nel trovare una musica capace di accompagnare la solitudine senza trasformarla in semplice enfasi.
Il titolo stesso, The Dog Stars, racchiude un significato che affonda le sue radici nel romanzo omonimo di Peter Heller da cui il film è tratto. I “Dog Stars” richiamano Sirio, la stella più luminosa del cielo notturno, che appartiene alla costellazione del Cane Maggiore. Un riferimento apparentemente semplice, ma che nel contesto della storia assume un valore profondamente simbolico.
In un mondo nel quale la civiltà è praticamente scomparsa, le stelle sono infatti una delle poche cose che rimangono immutate. L’apocalisse ha cancellato città, regole, certezze e rapporti sociali, ma non ha potuto cancellare il cielo. Mentre tutto ciò che apparteneva all’uomo è crollato, le stelle continuano a brillare, indifferenti alla fine del mondo.
Ed è proprio qui che il titolo si lega al cuore del film e al romanzo di Heller: dopo la fine non rimane soltanto la necessità di sopravvivere, ma anche la possibilità di trovare un nuovo punto di riferimento. Le stelle diventano così una presenza silenziosa, qualcosa da guardare quando tutto il resto è scomparso.
È un significato che si sposa perfettamente con il cinema di Ridley Scott e con il modo in cui il film racconta i suoi personaggi. Dopo la distruzione del mondo conosciuto, gli esseri umani devono imparare nuovamente a guardarsi, ad ascoltarsi e a fidarsi. Proprio come il cielo continua a esistere sopra di loro, anche la possibilità di essere ancora umani non è del tutto scomparsa.
Il titolo, allora, diventa quasi una metafora dell’intero film: The Dog Stars sono le stelle che restano quando tutto il resto è finito, un punto luminoso nel buio che suggerisce che, anche dopo la fine, qualcosa può ancora ricominciare.
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