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Bruce Springsteen è tornato con “Western Star”

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Bruce Springsteen - Western star

Per tre settimane al vertice della classifica degli album più venduti nel nostro paese. E non è stata sicuramente una sorpresa. Parliamo di “Western Star”, il diciannovesimo album in studio di Bruce Springsteen, uscito il 14 giugno scorso della Columbia Records, quattro anni e mezzo di attesa da “High hopes”, il precedente lavoro realizzato insieme alla E Street Band

Quattro anni e mezzo durante i quali Springsteen ha prima viaggiato in tournée e poi inanellato una serie infinita di sold-out nello spettacolo teatrale portato a Broadway. Un one-man-show a metà tra la seduta psicanalitica, il concerto acustico ed il flashback introspettivo.

Coadiuvato da numerosi musicisti e realizzando il nuovo lavoro in parte nel suo studio privato nel New Jersey ed in parte in California, Springsteen è tornato in pista. Agli arrangiamenti dei brani hanno partecipato tra gli altri David Sancious, Soozie Tyrell, apprezzata insieme alla E Street Band anche nei precedenti tour live, Jon Brion, che nel disco suona anche il Moog e Charlie Giordano. Direzione dei cori affidata invece alla compagna Patti Scialfa, che si è anche occupata degli arrangiamenti vocali di quattro brani.

Quale il risultato di questo album solista? Un tributo al pop americano? Nostalgie anni ’60 e ’70? Orbison e Cash? In quest’opera c’è tutto questo ed anche di più.

C’è lo sguardo disilluso di un settantenne che forse non ha più la benzina per continuare a correre, ma rimane una fuoriserie e sa come dimostrarlo. Ed allora siede sul dondolo davanti al locale ai margini della statale polverosa di una qualunque periferia statunitense, osservando il mondo che con la sua varia umanità gli passa accanto. Pronto a catturarlo, con uno sguardo ed una frase.

Album pieno di personaggi questo “Western Stars”. Personaggi che potrebbero essere protagonisti di un lungometraggio a stelle e strisce.

Ognuno di loro tratteggiato con la solita cura dal songwriter americano, ognuno a portare a spasso un passato più o meno ingombrante ed un futuro questa volta più carico di ombre rispetto a ciò cui Springsteen ci ha abituati. Nessuno ci dirà mai dove arriverà l’autostoppista di “Hitch Hikin'”, la traccia che apre l’album, ma l’andatura del brano, che potrebbe essere quella del cavallo di un cacciatore di taglie in un film western, ci fa capire che non c’è fretta in questo disco. Bisogna assecondare il tempo. Ed è quello che fa “The wayfarer”, il viandante della secondo pezzo dell’album. Fiati ed archi ad accompagnare la testimonianza di una vita. ”Sono un viandante, piccola, vago di città in città”. Springsteen per primo sa che ancora non è tempo di fermarsi ed allora è pronto ad attendere qualcuno che ama, dal sound di questo brano si direbbe financo la sua cara, vecchia Band, nella stazione in cui arriva il convoglio di “Tucson train”.

“Western stars”. Il protagonista non torna a casa al mattino come quello di “Dancing in the dark”. Si sveglia rallegra della presenza dei suoi stivali. Si compiace di proseguire a lavorare nella disillusione del quotidiano. E del fatto che si continui, malgrado tutto, a “brillare”.

È il momento di scrollarsi la polvere dagli stivali e ballare sulle note di “Sleepy Joe’s Cafè”. Ancheggiando a ritmi da frontiera con il Messico. Almeno nella musica possiamo immaginarcela aperta ed accogliente, festosa e multiculturale.

Il tempo della spensieratezza è breve però. La vita ci presenta presto il conto. Fatto anche di fratture e protesi metalliche, come solo una vita da Stuntman può regalare, ferite che fanno meno male se analizzate con lo spirito del sopravvissuto e affrontate ormai senza rimpianti come si intuisce tra le note di “Drive fast”.

Non sembra quello di un tramonto l’attacco di piano di “Sundown”, forse perché mai come in questo brano c’è speranza. “Dico a me stesso che tutto andrà per il meglio, quando l’estate sarà finita, tu verrai qui”.

“Somewhere north of Nashville”, il bilancio di un fallimento con cui dover fare i conti. I fallimenti dei protagonisti di “Western Stars” sono molti. E vari. Ma chi ne è protagonista ha la pelle dura e le spalle larghe per sostenerli.

Ritornello accattivante quello di “Stones”, canzone in cui il tema principale è quello del rimpianto, come lo era stato per la settima traccia “Chasin’ wild horses”. Ci sono pietre che riempiono la bocca e l’anima. E pesi che non svaniscono nel tempo.

“There goes my miracle” ci apre il cuore. Ricorda, e ne sentivamo il bisogno, il miracolo della bellezza. Dell’Amore. E la salvezza che la loro ricerca ed il loro raggiungimento ci regala. L’Amore dà, l’Amore prende. Banale forse ma drammaticamente vero.

“Hello Sunshine”, primo singolo estratto ed anteprima del disco, porta l’ascoltatore a bordo di un treno che sferraglia all’infinito. “…No place to be and miles to go…”, canta Springsteen, alla ricerca di una gioia effimera ed inarrivabile forse, il fermo immagine di un piacere che finisce nel momento stesso in cui è raggiunto. La chiusura è affidata alla ballad “Moonlight motel”, “…un posto nel quale nessuno viaggia e nessuno arriva…” e gli archi, tra i protagonisti di questo nuovo corso springsteeniano, ci accarezzano nuovamente fino all’ultima nota, accompagnandoci dolcemente al termine dell’opera.

Album fatto di tante storie diverse quindi, eppure, alla valutazione di chi scrive, opera assolutamente corale, che trova la sua perfetta quadratura ove ascoltata nel suo complesso. Sedetevi davanti al vostro portico, ovunque esso sia. Reale o immaginario. E lasciate scorrere le immagini di questo fantastico film. Non c’è più rock e sudore, nessuna corsa con fuoriserie modificate. Nuove luci ed orizzonti diversi.

Bruce Springsteen è tornato. Il tempo che scorre inesorabile, i lutti, la depressione, i fallimenti ed i rimpianti, la vita insomma, hanno aumentato il numero delle rughe sul suo viso, ma l’inedita maschera che ci presenta è nuova e attraente come non mai. Pronta ad accompagnarci ad affrontare le sfide che il futuro ci riserva.

Paolo Flamini