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Siegfried, quando l’eroe impara ad avere paura. Wagner conquista Santa Cecilia

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Siegfried di Richard Wagner- Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Elisabet Strid e Clay Hilley

Ci sono eroi che sembrano nati per non conoscere la paura. E poi c’è Siegfried, che attraversa il mondo convinto della propria invulnerabilità e scopre, proprio quando incontra l’amore, che essere forti non significa essere invincibili. È in questa trasformazione, prima ancora che nella vittoria sul drago o nella conquista dell’anello, che si concentra il cuore del Siegfried di Richard Wagner, andato in scena nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma in un nuovo allestimento in forma scenica

Siegfried, tre atti, circa ottanta minuti ciascuno, nelle recite del 21, 24 e 27 ottobre. Un’esperienza che chiede al pubblico tempo, concentrazione e disponibilità ad abbandonarsi a una musica capace di dilatare la percezione della durata. La recita conclusiva è stata trasmessa in diretta su Rai Radio 3 ed Euroradio e sarà riproposta in differita su Rai 5 il 29 ottobre alle 21.20.

Siegfried- l’Orchestra Nazionale di Santa Cecilia

Ma il Siegfried non è soltanto una prova di resistenza musicale. È un’opera nella quale il tempo diventa parte del racconto: occorre attraversarlo insieme al protagonista, seguirne gli slanci, le inconsapevolezze e le progressive scoperte, fino a quel terzo atto in cui la vicenda acquista una dimensione intimamente umana.

Siegfried è un orfano che non ha mai conosciuto i propri genitori: Sieglinde è morta dandolo alla luce, Siegmund è stato ucciso in duello. A crescerlo è Mime, il nano che vorrebbe servirsi di lui per impossessarsi dell’anello. Il ragazzo, tuttavia, non è uno strumento docile nelle mani di nessuno. La sua forza è istintiva, la sua libertà quasi inconsapevole; non conosce davvero il mondo e, soprattutto, non conosce ancora se stesso.

Nel primo atto, ambientato nella fucina di Mime, la riforgiatura della spada diventa il primo gesto concreto di affermazione della sua identità. Nel secondo, la prova si fa definitiva: Siegfried uccide il drago Fafner e poi Mime, sottraendosi a chiunque abbia cercato di indirizzarne il destino.

 

La scenografia di Pierre Yovanovitch, costruita intorno a una successione di scale, accompagna questo movimento. Lo spazio non è un semplice fondale: suggerisce passaggi, distanze, livelli da attraversare. La regia di Vincent Huguet legge così il percorso dell’eroe come una crescita progressiva, nella quale ogni conquista esteriore prepara una scoperta interiore.

Siegfried comincia a cambiare davvero soltanto quando incontra Brünnhilde. Fino a quel momento ha conosciuto la forza, il coraggio e il piacere della sfida; con lei scopre il desiderio, l’amore e, insieme, la possibilità di essere ferito. È un passaggio decisivo: l’eroe acquista profondità proprio quando smette di coincidere con la propria invulnerabilità.

Wolfang Ablinger-Sperrhacke e Clay Hilley in Siegfried

La nuova traduzione italiana del libretto, firmata da Quirino Principe, restituisce centralità a questa dimensione. Principe aveva già curato per l’Accademia la traduzione della Valchiria presentata lo scorso anno. Non è un dettaglio secondario, perché nel teatro wagneriano la parola non si limita ad accompagnare la musica: contribuisce a costruire il pensiero dell’opera, a renderne visibili le contraddizioni e le trasformazioni.

A completare il progetto visivo sono le luci di Christophe Forey e i costumi di Edoardo Russo, realizzati in collaborazione con Tirelli Trappetti. L’insieme accompagna il racconto senza sottrarre spazio al suo nucleo più importante: il passaggio dalla dimensione mitica dell’eroe alla scoperta della sua vulnerabilità.

Sul podio, Daniel Harding, direttore musicale dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, affronta una partitura nella quale il peso dell’orchestra è inseparabile dalla costruzione drammatica. La musica non si limita a commentare ciò che accade sulla scena: ne anticipa gli sviluppi, ne amplifica i conflitti, suggerisce ciò che i personaggi ancora non sanno di sé.

È qui che l’esperienza dal vivo trova una delle sue ragioni più forti. La scrittura wagneriana richiede di ascoltare non soltanto le grandi aperture sonore, ma anche il modo in cui i diversi elementi della partitura si richiamano, si sovrappongono e preparano le svolte del racconto. L’orchestra diventa così una presenza narrativa continua, mentre l’acustica della Sala Santa Cecilia permette di cogliere le sfumature di un tessuto musicale tanto complesso.

Nel ruolo del protagonista, Clay Hilley è al centro di un cast che comprende Wolfgang Ablinger-Sperrhacke come Mime, Michael Volle come il Viandante, Wolfgang Koch come Alberich, Falk Struckmann come Fafner, Anna Kissjudit come Erda e Lysa Menu come voce dell’uccello del bosco.

A dare compimento al percorso è Elisabet Strid, interprete di Brünnhilde. Il suo ingresso nell’ultimo atto sposta il baricentro dell’opera: la storia, fino a quel momento dominata dalle prove dell’eroe e dalla lotta per il potere, si apre a una dimensione nuova, nella quale il riconoscimento dell’altro conta più della vittoria su un nemico.

Ed è nel terzo atto che il Siegfried raggiunge il suo punto di maggiore intensità emotiva. Dopo ore trascorse in sala, l’incontro tra Siegfried e Brünnhilde non arriva come un semplice scioglimento narrativo.

È piuttosto il compimento di un’attesa: il pubblico ha seguito il giovane eroe attraverso la sua inconsapevolezza, la sua brutalità istintiva, le sue vittorie, e ora lo vede confrontarsi con qualcosa che non può conquistare con la sola forza.

La vocalità di Elisabet Strid dà a Brünnhilde una dimensione epica, ma è soprattutto il significato dell’incontro a cambiare la prospettiva. Davanti a questa donna, Siegfried non è più soltanto l’eroe che ha ucciso il drago e riforgiato la spada. È un uomo che scopre il desiderio e, insieme, il rischio che ogni legame porta con sé.

La durata dell’opera, a quel punto, assume un significato diverso. Le ore trascorse in platea diventano parte di un’esperienza condivisa, di un avvicinamento lento a un’emozione che non potrebbe avere lo stesso peso se fosse raggiunta in modo immediato.

Quando i due si stringono nell’abbraccio finale, la scena raccoglie ciò che è venuto prima: la forza, l’attesa, la scoperta, la paura di perdere ciò che finalmente si è trovato.

È un finale che non cancella la dimensione mitica del racconto, ma la rende vicina. L’eroe resta un eroe, eppure la sua grandezza non risiede più soltanto nelle imprese compiute. Risiede nella possibilità di amare.

Anche la storia compositiva del Siegfried sembra rispecchiare questa trasformazione. Wagner interruppe il lavoro all’opera nel 1857 e lo riprese soltanto dodici anni dopo, dopo essersi dedicato, tra gli altri progetti, a Tristano e Isotta e I maestri cantori di Norimberga. Il lavoro fu completato nel 1871.

Questa lunga interruzione è particolarmente interessante quando si ascolta il terzo atto. La scrittura sembra aprirsi a una diversa ampiezza lirica, come se il racconto, dopo essersi concentrato sulle prove e sulle conquiste del protagonista, trovasse finalmente lo spazio per interrogarsi sulle conseguenze emotive di quel percorso.

La differenza non è soltanto cronologica. È drammaturgica: cambia il respiro della musica proprio mentre cambia il respiro del personaggio. La scoperta dell’amore introduce una fragilità che modifica retroattivamente anche ciò che abbiamo visto prima. Le imprese di Siegfried non scompaiono, ma acquistano un altro significato.

La domenica precedente alle recite, la stessa Sala Santa Cecilia aveva ospitato I segreti di Wagner, un’introduzione all’ascolto con il musicologo Quirino Principe e lo storico della musica Sandro Cappelletto. Un’occasione per avvicinarsi a un universo nel quale mito, filosofia, parola e musica si intrecciano senza mai esaurirsi in una sola interpretazione.

C’è infine un elemento che rende il Siegfried familiare anche a chi non frequenta abitualmente il teatro d’opera: la sua costellazione di simboli. La spada da riforgiare, l’anello conteso, il drago che custodisce un tesoro appartengono a un immaginario mitologico che ha continuato a generare nuove narrazioni ben oltre Wagner.

Il richiamo al Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien viene quasi spontaneo. Non soltanto per la presenza di un oggetto sul quale si concentra il desiderio di potere, ma per la domanda che accomuna le due opere: che cosa accade a chi cerca di possedere ciò che promette dominio sugli altri? Il parallelo ha anche un legame concreto con Quirino Principe, curatore dell’edizione italiana del romanzo pubblicata nel 1970.

Le differenze tra i due universi restano profonde, ma il confronto aiuta a riconoscere la forza duratura di queste storie. Il mito non sopravvive perché conserva intatti i propri simboli; sopravvive perché continua a parlare delle contraddizioni umane attraverso forme sempre nuove.

È anche ciò che accade in questo Siegfried. Al di là della scenografia, della direzione musicale, del lavoro dell’orchestra e della qualità dell’allestimento, ciò che resta è il percorso di un personaggio che conquista la propria umanità proprio quando scopre di non essere invulnerabile.

Alla fine, l’anello e il drago rimangono sullo sfondo di una scoperta più intima. Siegfried ha imparato a combattere prima ancora di sapere chi fosse. Soltanto attraverso l’amore comincia a comprenderlo.

L’eroe, il drago, la spada: Siegfried inaugura la nuova stagione di Santa Cecilia