È stato presentato ieri alla Festa del Cinema di Roma È andata così, l’ultimo film di Gianni Zanasi, con Michele Riondino, Valerio Mastandrea, Valentina Lodovini, Leonardo Lidi, Pier Luigi Pasino, Michelangelo Dalisi, Andréa Furet, Marco Fiore e Alma Teresa Giardina. Il film è prodotto da Rita Rognoni, Isabella Cocuzza e Arturo Paglia, per una coproduzione Italia-Spagna-Albania tra Pupkin Production, Paco Cinematografica, Vision Distribution, Neo Art Producciones e A.B. Film.arriverà al cinema dal 26 novembre.
È andata così un film ricco di emozioni, di persone, di sentimenti. Finalmente un film in cui gli attori sono personaggi, vivono come loro, respirano come loro, sentono come loro. O, meglio, come scrive lo stesso Zanasi nelle sue note di regia, i personaggi non esistono più: sono diventati persone. Vere.
Apparentemente semplice, la trama ruota attorno a una vicenda che potrebbe essere drammatica, ma che drammatica non è soltanto: il tentativo di suicidio di una ragazzina minorenne e la madre, Cecilia, interpretata da Valentina Lodovini, in crisi, abbandonata a sé stessa in un casolare sperduto in campagna. Quel luogo diventa il fulcro attorno al quale si ritrovano gli uomini più importanti della sua vita, i suoi ex compagni, ognuno bizzarro a modo suo, eppure geniale nella propria purezza. Persone in contatto con le proprie emozioni, con i casini personali e, sì, anche con i propri errori.
In questo intreccio di sentimenti, fragilità e imperfezioni si cerca una soluzione, una strada, forse semplicemente la vita. Perché non bisogna essere perfetti: bisogna essere.
Mastandrea interpreta Christophe, un regista alternativo, incompreso, un padre assente, ma non per questo riducibile a una figura banale. Anche la famiglia allargata che prende forma nel film non è mai convenzionale: è una famiglia che nasce dal bisogno, dalle circostanze, dagli errori e dalla necessità di esserci. Una famiglia vera, di quella verità che tutti, alla fine, cerchiamo e vogliamo: un’anima, empatia e amore.
E nel film di Zanasi ce n’è tanto. Talmente tanto che arriva al pubblico come un’ondata. Si ride, si attraversano momenti di disperazione allegra, si affronta la vita con tutto il suo carico di contraddizioni.
I protagonisti mettono in scena anche una pièce teatrale, disastrata come loro, fatta anch’essa soltanto di sentimento. Perché l’essere umano ha bisogno di creare per essere felice, e l’imperfezione è una virtù.
Sono vite intrecciate, dipendenti le une dalle altre eppure libere. O forse libere proprio perché capaci di riconoscere il legame che le unisce. Una frase del film esprime perfettamente questo sentimento. Riondino dice a Lodovini: «Io sono felice di non essere libero, di essere prigioniero di te».
È una dichiarazione che racchiude il senso di tante relazioni: il desiderio di libertà e, allo stesso tempo, la scoperta che amare significa anche scegliere di restare. Perché le famiglie in cui nasciamo non le scegliamo, ma il resto, in qualche modo, sì. Anche sbagliando.
L’amore c’è, l’amore passa e se ne va. È una frase del monologo di Mastandrea, che sembra racchiudere tutta la malinconia del film: la consapevolezza che niente è per sempre, che le relazioni cambiano, che le illusioni si infrangono e che, nonostante tutto, bisogna andare avanti.
La scena si chiude sulle note di Una storia sbagliata di Fabrizio De André. Una scelta che accompagna e amplifica il senso di una storia fatta di legami imperfetti, di sentimenti contraddittori, di persone che provano a trovare il proprio posto nel mondo.
Gianni Zanasi affronta proprio questo: la difficoltà di accettare la finitezza delle cose, soprattutto quando si parla di relazioni sentimentali. Il fallimento, la fragilità, la vulnerabilità, il dolore della delusione e della sconfitta diventano parte di un percorso. La domanda non è tanto come evitare di sbagliare, ma come assorbire le proprie ferite, trasformarle in qualcos’altro e andare avanti diversi. È davvero possibile?
Sono domande alle quali il regista, come racconta nelle sue note, non ha trovato risposte definitive. E forse è proprio questa assenza di certezze a rendere il film così libero, divertente e umano.
A un certo punto Cecilia dice: «Le famiglie da cui veniamo non le scegliamo, le subiamo. Quelle che ci creiamo noi ce le infliggiamo».
Una frase che contiene ironia, disincanto e una verità difficile da evitare: non è più il tempo di dare soltanto la colpa ai genitori. Oggi i protagonisti siamo noi, con le nostre scelte, i nostri errori e le nostre responsabilità. E forse, come suggerisce Zanasi, è anche per questo che possiamo continuare a ridere.
È andata così è un film che parla di famiglie, di amore, di fallimenti e della possibilità di ricominciare. Non cerca personaggi perfetti, ma esseri umani che si muovono dentro le proprie contraddizioni, che si feriscono, si cercano e, qualche volta, riescono persino a ritrovarsi.
Perché la vita non va sempre come vorremmo. Le persone se ne vanno, i rapporti si trasformano, le aspettative si scontrano con la realtà. Ma resta la possibilità di creare qualcosa, di scegliere qualcuno, di costruire una famiglia anche fuori dagli schemi.
E alla fine, forse, non resta che accettare ciò che siamo, con le nostre imperfezioni e le nostre storie sbagliate.
Perché, come suggerisce il titolo, è andata così.