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“Titus” quando il teatro si sporca le mani col sangue della storia

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"Titus" Francesco Montanari al Teatro Quirino
Titus il debutto il 30 settembre al Teatro Quirino di Roma. Regia e adattamento di Davide Sacco. Francesco Montanari protagonista. Produzione Compagnia Molière

Una Roma antica che parla al presente, tra vendetta, barbarie e perdita dell’umanità. Il dramma più estremo di Shakespeare rinasce in una forma immersiva e disturbante.

Nel ventre rosso del Teatro Quirino, il sipario si apre su un campo di battaglia che somiglia troppo da vicino al nostro mondo. TITUS. Why don’t you stop the show?, riscrittura radicale del Tito Andronico di William Shakespeare firmata da Davide Sacco, debutta in prima assoluta e scuote platea e coscienze. Un allestimento spietato, immersivo, fisico e morale, dove lo spazio teatrale smette di essere rifugio per farsi trincea.

Francesco Montanari veste i panni dell’eroe tragico e disperato, conducendo il pubblico dentro un viaggio tra violenza rituale e collasso etico. Accanto a lui Marianella Bargilli, Guglielmo Poggi, Ivan Olivieri e un cast numeroso (dieci interpreti in tutto) che anima una Roma decadente, contaminata da echi contemporanei, popolata da madri violate, padri annientati e figli sacrificati.

Davide Sacco trasforma l’opera più sanguinosa di Shakespeare in una riflessione feroce sul nostro tempo: non si cercano più eroi, ma bersagli. Il confine tra bene e male è ormai logorato, come la nostra capacità di indignarci.

La messa in scena rompe la quarta parete e invade la platea: la metà anteriore è stata rimossa per far posto a terra vera, sporca, nuda. Vi sorgono pedane mobili, botole, catene, e un piccolo manipolo di spettatori siede a terra, su cuscini, richiamando l’essenza popolare del Globe Theatre shakespeariano, proprio quel Globe romano, per anni cuore dell’Estate Romana, oggi chiuso e dimenticato. Il teatro qui non è più osservazione, ma partecipazione. Si cammina letteralmente dentro la tragedia.

Visibilmente emozionato il cast alla fine della rappresentazione.

Un filo di tensione era percepibile fin dall’inizio: d’altronde anche l’impostazione scenica imponeva una performance non solo intensa sul piano interpretativo, ma anche fisicamente complessa, con una drammaturgia del movimento che si intreccia con quella del testo. La scena è viva, meccanica, imprevedibile, e chiede agli attori una costante presenza e prontezza.

E proprio la recitazione, in un impianto così fisico e immersivo, si fa carne e anima. Il rischio è però quello dell’eccesso: se lo spettacolo è senz’altro forte, potente, ricco di materia e intensità emotiva, a tratti risulta forse troppo urlato. Un vociare collettivo che rischia di smorzare l’intimità del dolore. Più efficace, in questo senso, è la scelta di Marianella Bargilli che interpreta la vendicativa Tamora con un’eleganza fiera e contenuta, rendendo la sua perfidia ancora più tagliente. In alcuni momenti, il sussurrato avrebbe colpito più a fondo del grido.

Le scene firmate da Fabiana Di Marco e le luci di Luigi Della Monaca contribuiscono a creare un universo visivo denso, quasi claustrofobico, in cui le musiche originali di Davide Cavuti si insinuano come una ferita aperta. I costumi di Alessandra Benaduce mescolano epoche e linguaggi, allontanando qualsiasi tentazione di classicismo sterile.

Non manca, infine, un richiamo al presente più drammatico. Le figure incappucciate in scena rimandano a quelle tensioni geopolitiche attuali che continuano a insanguinare territori oggi come ieri. E proprio al termine dello spettacolo, dopo gli applausi, il regista Davide Sacco è riapparso sul palco con la bandiera palestinese tra le mani, invocando la pace in un gesto che ha unito teatro e attualità, scena e coscienza.

TITUS è uno spettacolo che non cerca consenso ma reazione. Non intrattiene, scuote. E nel farlo riporta il teatro alla sua funzione più antica e necessaria: quella di porre domande scomode, anche a chi non vuole sentire le risposte.