Melissa Vettore debutta alla Sala Umberto con “Prima Facie” dal 1° al 5 ottobre con la regia di Daniele Finzi Pasca
Un’opera che mette a nudo le falle del sistema giudiziario nel trattare la violenza di genere, aprendo una riflessione urgente sul significato di consenso e giustizia
C’è un momento, nel cuore di “Prima Facie”, in cui il tempo sembra sospeso, il respiro trattenuto, e ogni parola pronunciata dall’attrice Melissa Vettore si fa lama. È un momento che segna uno spartiacque, non solo nella narrazione, ma anche nella coscienza dello spettatore. Ed è in quell’istante che capiamo perché quest’opera sia diventata un caso internazionale, e perché la sua prima nazionale, prodotta dalla Compagnia Finzi Pasca, arrivi oggi in Italia con un carico di urgenza che travalica la scena.

Il monologo scritto dall’australiana Suzie Miller, qui nella traduzione efficace di Margherita Mauro, è un grido civile travestito da opera teatrale. Una partitura emotiva tanto lucida quanto dolorosa, che la regia di Daniele Finzi Pasca riesce ad amplificare senza mai sopraffare. Il testo è già un campo minato: affronta la violenza sessuale non tanto nella sua rappresentazione più esplicita, quanto nel suo riflesso giuridico, sociale, sistemico. Il consenso, ci dice Miller, è una costruzione complessa e vulnerabile, che la legge troppo spesso riduce a una mera formalità.

A dar voce alla protagonista Tessa, avvocata penalista specializzata in difese nei casi di stupro, è una Melissa Vettore misurata e profondamente umana. Attraverso un uso sapiente del corpo e della voce, Vettore riesce a passare dalla sicurezza assertiva della professionista al dolore silenzioso della vittima, in un crescendo che non cerca mai la pietà, ma pretende ascolto. La sua prova attoriale è tanto più potente quanto più si ancora all’essenziale: non urla, non si difende, espone, e lo fa con una dignità che ferisce.
Daniele Finzi Pasca costruisce intorno a lei una macchina teatrale discreta ma evocativa. Le luci, da lui stesso disegnate, cesellano gli spazi interiori della protagonista più di quanto non lo facciano le scenografie di Matteo Verlicchi, essenziali e simboliche. I video curati da Roberto Vitalini accompagnano senza invadere, mentre le musiche originali di Maria Bonzanigo punteggiano il racconto come sospiri trattenuti, quasi un contrappunto emotivo.
Ma è nella dimensione civile che “Prima Facie” trova il suo vero impatto. La collaborazione con l’associazione Differenza Donna, che da decenni combatte la violenza di genere, proietta lo spettacolo fuori dal teatro, trasformandolo in catalizzatore di discussione e di cambiamento.

Melissa Vettore affronta due ore di monologo intenso, estremamente articolato, in cui, con abili cambi d’abito, intensità e versatilità, rappresenta tutte le fasi di un processo. Lei è avvocato, dalla parte della giustizia, in cui ha sempre creduto: dagli anni dell’università, al praticantato, fino allo studio in cui oggi lavora. La distinzione tra bene e male è netta. Lei sa di essere dalla parte della giustizia e dell’ordine imposto da essa. Mentre parla, e fogli strappati del codice penale cadono dal cielo del palcoscenico come nozioni e leggi, una dietro l’altra, coprendole il volto, i capelli, il pavimento. La sua persona è intrisa di giustizia.
Ma una sera, ubriaca dopo un appuntamento con un suo collega di studio, ha un rapporto sessuale non consenziente. Lei è ubriaca, non si sente bene, vomita. Lui la blocca, entra dentro di lei, convinto, perché non è la prima volta che hanno un rapporto, che lei volesse. Non ascolta il “No”. Melissa Vettore interpreta da quel momento ogni riflessione dell’avvocata diventata vittima: le fasi processuali, i lunghi interrogatori in cui la vittima diventa un’accusata, le udienze, presenti la madre e i colleghi di lavoro, costellate di ricchi dettagli, vergogna, dubbi. Fino all’assoluzione. Di lui.
“Ho perso la fiducia nella legge a cui ho dedicato tutta la vita. Lo stupro è un crimine contro la persona”.

La regia di Daniele Finzi Pasca è magistrale. La scelta degli oggetti di scena, le trovate visive per non annoiare mai lo spettatore: tutto funziona. In un momento cruciale, lei levita, mentre la notte dello stupro la confonde. Prima è avvocato, con la toga, poi è vittima. Un modellino del tribunale rappresenta le fasi del processo: è piccolo, ma potente. Geniale in ogni forma di rappresentazione.

Se bisogna avere qualche riserva è nella prima parte, un po’ più lenta anche se necessaria. “Prima Facie” resta però un’opera necessaria, cruda, che ci riguarda. E lo fa con una limpidezza rara.







