Con Qualche volta le nuvole sembrano isole, Nicola Polizzi, fisico e docente livornese, torna in libreria dopo Sradicati (2023) con un romanzo che conferma la sua capacità di fondere rigore analitico e sensibilità umana. Pubblicato da Readaction Editrice, il libro si svolge tra Rosignano e Piombino, in una Toscana industriale e malinconica, dove la ruggine delle fabbriche sembra depositarsi anche sulle vite dei protagonisti

Elisa, adolescente fragile e introspettiva, e sua madre Marta, donna alla ricerca di un’adolescenza mai vissuta, sono il cuore di una storia che parla di famiglie disfunzionali, di incomunicabilità, di errori e di possibilità di rinascita. Intorno a loro ruotano figure complesse: un ex detenuto, un bullo, un poliziotto disilluso, un fascista “farlocco” e due gemelli della borghesia senese, simbolo di una ricchezza corrotta e tossica.
La città di Marilia, trasposizione letteraria di Rosignano, diventa un microcosmo del disagio contemporaneo. È una periferia dell’anima, più che un luogo geografico, dove i personaggi si muovono tra la polvere e il desiderio di salvezza. “Potrebbe essere un film”, si pensa leggendo, per la forza visiva delle scene e la coralità delle voci, che ricordano certo cinema sociale italiano, ma con una dolcezza narrativa che stempera il dramma.
Le “nuvole” del titolo rappresentano la negatività, la parte grigia dell’esistenza. Quando però “sembrano isole”, ci suggeriscono un’illusione di speranza, la voglia di credere in un luogo migliore. È la tensione tra illusione e realtà a muovere l’intero romanzo.
Polizzi scrive con uno stile limpido e calibrato, attento alla psicologia dei personaggi ma anche alla musicalità delle parole. Il suo sguardo è insieme scientifico e poetico: preciso, ma mai freddo; empatico, ma mai sentimentale.
Non stupisce che Readaction Editrice, casa editrice indipendente che si definisce “divergente” e attenta ai talenti letterari autentici, abbia scelto di pubblicarlo: l’opera incarna perfettamente il loro manifesto.
In Qualche volta le nuvole sembrano isole, Polizzi ci consegna un romanzo che parla della difficoltà di essere genitori, di crescere, di comunicare. Un libro che interroga la società di oggi, riflette sull’apparenza e sull’omologazione, ma lascia al lettore un messaggio di speranza.
“Le nuvole sono la negatività, ma quando sembrano isole nasce la speranza.”
Il titolo del romanzo è poetico e pieno di significati. Cosa rappresentano per te le “nuvole” e quando “sembrano isole”?
«Le nuvole sono la negatività, tutto ciò che ci appesantisce. Quando però sembrano isole, scatta l’illusione: la speranza di un luogo in cui rifugiarsi, una sorta di approdo».
Hai ambientato la storia tra Rosignano e Piombino, luoghi industriali e di frontiera. Perché questa scelta?
«Rosignano, con la sua realtà industriale, mi sembrava perfetta per una storia di disagio. L’ambiente post-industriale amplifica il senso di solitudine. È una cornice che parla: la città stessa diventa personaggio. In fondo, questo è anche un romanzo sulla periferia, fisica ed emotiva».
Nel romanzo madre e figlia vivono un rapporto difficile. Da dove nasce questa dinamica?
«Volevo raccontare una famiglia disfunzionale. Marta, la madre, vive un’adolescenza che non ha mai avuto. Ho pensato a ciò che dice Crepet: oggi, a volte, i genitori sono più ragazzi dei figli. Mi interessava mostrare quella confusione dei ruoli, tipica di una società in cui gli adulti faticano a essere punti di riferimento».
Emma, l’amica di Elisa, sembra ispirata all’adolescenza reale. È così?
«Sì. Insegno a Livorno e vedo molte ragazze come lei: piene di impegni, corsi, scadenze, ma senza passione. Una di loro mi disse: “Mi ci vorrebbero giornate di 36 ore”».
I gemelli Luca e Paolo rappresentano la borghesia corrotta. È un tema che ti interessava affrontare?
«Sì. Sono due ragazzi ricchi, figli di un certo mondo senese che ho voluto raccontare con un po’ di ironia ma anche con durezza. C’è un ramo “rovinato”, una borghesia tossica che usa il potere per distruggere. Siena nel libro diventa un luogo simbolico, quasi un altrove dove il privilegio si deforma».
E Roberto, il fascista “farlocco”?
«Rappresenta una certa deriva identitaria, quella voglia di appartenenza cieca che in Italia sta tornando. Ma ho scelto di trattarlo con ironia: è un estremista goffo, quasi comico. È la mia maniera di smontare l’assurdo della violenza ideologica».
Il tono del romanzo resta leggero anche nei momenti più duri. Una scelta consapevole?
«Sì. Non volevo un libro cupo. Elisa vive il dolore e la colpa, ma lo fa con un tono lieve, mai tragico. Mi piaceva l’idea di Ammaniti: raccontare la durezza con ironia e tenerezza».
Sei un fisico di formazione. Quanto influisce il tuo approccio scientifico sulla scrittura?
«Molto. La fisica mi ha insegnato a non lasciare nulla al caso. Faccio schede dettagliate per ogni personaggio: carattere, comportamento, titolo di studio. Se cambiano, aggiorno la scheda. È un modo per avere coerenza interna, ma anche per osservare l’evoluzione umana come in un esperimento».
Nel libro citi la “caverna di Platone”. Cosa rappresenta per te questa immagine?
«È una metafora chiave: la professoressa spiega ad Elisa che bisogna imparare a vedere oltre le ombre. È il cuore del romanzo, l’invito a non fermarsi all’apparenza, a cercare la verità dietro le illusioni».
Cosa speri che resti al lettore dopo la lettura?
«Spero che resti un senso di speranza. Il finale è dolce, nonostante tutto. Vorrei che il libro spingesse a riflettere sulla società di oggi, sui genitori, sui ruoli. Elisa è diversa, non riesce a integrarsi perché gli altri sono omologati. Come disse una volta un alunno a una preside: “Voi, ma cosa ne sapete di quello che accade là fuori?”. Ecco, mi piacerebbe che il lettore se lo chiedesse davvero».
Con Qualche volta le nuvole sembrano isole, Nicola Polizzi conferma una voce narrativa che unisce rigore e sensibilità, realismo e poesia. Il romanzo si legge come un affresco sociale e umano dell’Italia contemporanea: un mondo di genitori smarriti e adolescenti lucidi, di illusioni che somigliano alla speranza.
Come scrive Nicola Polizzi, “a volte basta guardare le nuvole da un’altra prospettiva per scorgere un’isola.”







