Oggi, all’Auditorium Parco della Musica, Sergio Cammariere ha presentato il suo nuovo album La pioggia che non cade mai, in uscita il 28 novembre è prodotto da Jando Music, Grandeangelo srl e Aldo Mercurio in coproduzione con Parco della Musica Records. Un lavoro intenso e cinematografico, composto da tredici brani che attraversano amore, memoria, assenza e rinascita con quel tratto inconfondibile che unisce cantautorato, jazz e poesia
A volte la musica è un viaggio, altre una confessione. Nel caso di Sergio Cammariere, La pioggia che non cade mai è entrambe le cose, i brani si inseguono come capitoli di una stessa storia, sospesa tra ricordi possibili.

Cammariere in conferenza stampa è stato, come è nella sua musica, generoso, facendoci ascoltare alcuni brani del nuovo album che, in un’atmosfera così intima, hanno espresso ancora di più la sua arte.
Sono entrata passando dal lungo corridoio del Museo degli Strumenti Musicali dell’Auditorium Parco della Musica, e le parole e la musica dell’artista, in lontananza, prima di arrivare nella sala, hanno inondato le vetrine che vibravano con gli strumenti esposti, come se danzassero anch’essi con le note. In fondo la ricercata saletta gremita di giornalisti e fotografi, lui seduto, un po’ a disagio senza il pianoforte da avanti, su una poltrona riascoltava quasi intimidito i suoi brani.
«La storia dell’esistenza, un fiume che non ha paura di non affogare nell’oceano e non si volta mai indietro», dichiara l’artista, sintetizzando con forza il filo emotivo dell’album. Questo è un disco che va verso il cinema, ma ha anche momenti più pop come per esempio in L’amore è tutto, brano d’apertura, con Qualcosa che ho lasciato dietro me invece sfiora il funky; “Come una danza” si muove invece tra reggae e pop.
I testi sono scritti con la complicità di Roberto Kunstler che firma ancora una volta un linguaggio poetico riconoscibile, mentre il pianoforte di Cammariere resta il cuore pulsante di un album che mescola jazz, canzone d’autore e atmosfere da colonna sonora.
L’album è sostenuto da un ensemble di altissimo livello: alle batterie Alfredo Golino e Amedeo Ariano, ai contrabbassi Ares Tavolazzi, Luca Bulgarelli e Alfredo Paixão. Completano il paesaggio sonoro Giovanna Famulari al violoncello, Daniele Tittarelli al sax soprano e Christian Mascetta alle chitarre.
Una formazione che conferisce al disco eleganza, fluidità e una varietà timbrica che richiama l’orchestrazione cinematografica.
A dare un volto visivo all’album è il videoclip girato a Campo Imperatore, in Abruzzo, è un’opera visiva potente: «C’è un contrasto tra il bambino che corre libero e me che canto nell’aridità – spiega Cammariere – il regista e fotografo Stefano Schirato mi hanno convinto a girare in questi posti incontaminati”». Il risultato è un’immagine simbolica della tensione tra natura rigogliosa e paesaggio arido, tra speranza e desolazione.
Un momento toccante è stato dedicato a Ornella Vanoni scomparsa due giorni prima: Cammariere si commuove ricordando i loro abbracci, ricordi della volta che con Paoli suonavano e cantavano insieme il 45 giri con You Make Me Over.
Ha raccontato di quando Ornella venne in camerino con il suo cane Ondina, «libera come è sempre stata», e poi salì sul palco per cantare con lui e Paoli. Ha voluto ricordare anche L’azzurro immenso, brano scritto con Sergio Bardotti, «un’aria creata per un film di Claudio Fragasso, Colpo di sole, 1993 mai uscito al cinema», come omaggio al loro rapporto, e ancora, «Le sensazioni che ci ha regalato Ornella sono state uniche, soprattutto quando cantava la bossa nova» conclude Cammariere.

Da gennaio partirà una tournée di 35 date, le prime già annunciate: Barletta (25 gennaio), Reggio Calabria (8 marzo), Cosenza (9 marzo), Lecce (11 aprile), Torino (21 aprile), Roma (5 maggio), Viterbo (5 settembre), Bari (31 ottobre).
«La cosa più bella, ha confidato, è ricevere mail da italiane che vivono all’estero. So che il nuovo disco sarà di conforto per loro».
Fuori dalla sala, tornando lungo il corridoio degli strumenti, sembrava che ancora tremassero gli archetti, le corde, le vecchie tastiere. Come se la musica avesse risvegliato qualcosa. Forse è questo che resta: la certezza che alcune note continuano a camminare con noi molto dopo averle ascoltate.







