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John Adams e il suono della storia: “Nixon in China” a Santa Cecilia

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Roma, Auditorium Parco della Musica 02 11 2018 John Adams - The Gospel according to the other Mary Orchestra e Coro dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia John Adams direttore Kelley O'Connor mezzosoprano Elizabeth DeShong contralto Jay Hunter Morris tenore Daniel Bubeck controtenore I Brian Cummings controtenore II Nathan Medley controtenore III Ciro Visco maestro del Coro Foto: Musacchio-Ianniello-Pasqualini
Il ritorno di John Adams sul podio dell’Orchestra e del Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia segna, più che un evento concertistico, un punto di riflessione sullo statuto stesso dell’opera contemporanea. Dal 6 all’8 novembre, nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica, il compositore americano, figura centrale nella ridefinizione del linguaggio musicale della seconda metà del Novecento, propone una selezione di scene da Nixon in China (1987), preceduto da Short Ride in a Fast Machine e dalla suite Billy the Kid di Aaron Copland
Il baritono Gurgen Baveyan e Mary Bevan
Il baritono Gurgen Baveyan e il soprano Mary Bevan

L’appuntamento, in collaborazione con Romaeuropa Festival, ha visto esibirsi il soprano Mary Bevan e i baritoni John Moore, Gurgen Baveyan e Patrizio La Placa. Mentre il maestro del Coro è Andrea Secchi.

Il Maestro John Adams e il Maestro del Coro Andrea Secchi
Il Maestro John Adams e il Maestro del Coro Andrea Secchi

Nixon in China rappresenta un unicum nel panorama lirico del XX secolo: un’opera che nasce non da un mito né da un testo letterario, ma da un episodio di cronaca politica, la visita di Richard Nixon in Cina nel 1972 e che tuttavia riesce a trascenderne la contingenza per farsi allegoria dell’incontro tra ideologie, culture e sistemi di rappresentazione. L’intuizione di Adams e del regista Peter Sellars fu quella di restituire il dato storico attraverso una lente teatrale e simbolica, costruendo una drammaturgia che alterna piani di realtà e di rappresentazione, cronaca e visione.

Sul piano musicale, Nixon in China segna il punto di equilibrio tra la lezione minimalista e una nuova complessità espressiva. Laddove le prime opere di Adams — si pensi a Shaker Loops o Harmonielehre — esploravano l’energia cinetica della ripetizione, qui il compositore impiega la reiterazione come dispositivo narrativo, piegandola al servizio del teatro.

La prima parte del concerto si apre con Short Ride in a Fast Machine: quattro minuti fragorosi e travolgenti che proiettano immediatamente il pubblico nello spirito della serata. L’energia pulsante e il ritmo implacabile di Adams creano un senso di accelerazione quasi fisica, una corsa che sembra condurre dentro l’essenza stessa del movimento.

Segue Billy the Kid, suite dal balletto di Aaron Copland, che in meno di mezz’ora condensa il mito americano della frontiera in una narrazione sonora di rara efficacia. Il contrasto tra l’ampiezza lirica e le asperità ritmiche evoca un’America arcaica, idealizzata e piena di contraddizioni.

È però dopo l’intervallo, con Nixon in China, che la serata assume il suo pieno significato simbolico. Prima di dirigere, Adams si rivolge al pubblico con una battuta che sintetizza il filo rosso del programma: “Questa sera abbiamo un esempio di cultura e ideale americano: abbiamo iniziato con un auto, poi una rapina e adesso un Presidente Repubblicano”

La sala esplode in un applauso caloroso, quasi un segno di complicità con l’ironia lucida del compositore.

Parlando dell’opera, Adams ricorda il viaggio storico di Nixon e il suo incontro con Mao Tse-tung nel 1972: una Cina ancora povera, a economia agricola, che oggi è divenuta una potenza globale. La visita di Nixon fu un momento di apertura e trasformazione, e Nixon in China, scritta tra il 1985 e il 1987 su libretto di Alice Goodman, la traduce in un linguaggio dove cuore e filosofia convivono con l’ironia politica.

L’opera si apre in modo quasi meccanico, con un’atmosfera fredda e protocollare: sul palco i soldati cinesi intonano frasi tratte dal Libretto Rosso di Mao sul rispetto e il comportamento morale. Poi, un fragore improvviso annuncia l’arrivo del jet Air Force One: Nixon e la moglie Pat scendono, accolti da un cerimoniale che già rivela il contrasto tra due visioni del mondo.

Segue la scena in cui Pat Nixon, durante le sue visite ufficiali, canta un’aria intensa sulla propria visione della vita americana, in bilico tra orgoglio e malinconia. Nel finale, il grande banchetto nella Sala del Popolo si trasforma in una celebrazione grottesca: Nixon, in uno stato di gioiosa ebrezza e sinceramente colpito dall’incontro con Mao, brinda con un entusiastico “Cheers!”, che Adams trasforma in un momento sospeso tra euforia e vertigine.
John Moore e Patrizio La Placa
John Moore e Patrizio La Placa

Con Nixon in China, Adams non si limita a rievocare un evento storico, ma interroga la natura stessa della rappresentazione politica. La musica diventa spazio critico dove memoria, mito e realtà si fondono. L’esecuzione romana, lucida, energica e teatralmente consapevole, restituisce tutta la forza di un’opera che, a quasi quarant’anni dalla sua creazione, continua a parlare del nostro presente con disarmante attualità.

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