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Regia e partitura in dialogo Carsen e Capuano accendono il trionfo del Tempo e del Disinganno di Händel

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Il trionfo del Tempo e del Disinganno, Johanna Wallroth (Bellezza)_ph Fabrizio Sansoni - Opera di Roma

Al Teatro dell’Opera di Roma, il sipario si è alzato su un debutto che segna un passaggio simbolico tra epoche e linguaggi: Il trionfo del Tempo e del Disinganno di Georg Friedrich Händel approda per la prima volta nella storia del Costanzi in forma scenica, trasformandosi da oratorio barocco a riflessione contemporanea sulla cultura dell’immagine. In scena dal 7 al 14 aprile 2026, lo spettacolo porta la firma registica di Robert Carsen e la direzione musicale di Gianluca Capuano

Il trionfo del Tempo e del Disinganno, Robert Carsen e Gianluca Capuano durante le prove_ph Fabrizio Sansoni – Opera di Roma

 

Coprodotto con il Festival di Salisburgo, Il trionfo del Tempo e del Disinganno, si muove lungo una linea di tensione ben definita: da un lato la Roma del 1707, dove il giovane Händel, appena ventiduenne, dava forma musicale al libretto del cardinale Benedetto Pamphilj; dall’altro un presente dominato da dinamiche mediatiche, in cui identità e valore sembrano dipendere dallo sguardo pubblico.

Carsen traduce questa distanza temporale in una sovrapposizione visiva e concettuale: l’allegoria morale diventa un talent show dell’era social, popolato da schermi e immagini che riflettono l’ossessione contemporanea per visibilità, giovinezza e successo.

In questo impianto, la parabola di Bellezza, contesa tra Piacere, Tempo e Disinganno, si carica di una tensione nuova, amplificata dalla lettura musicale di Capuano, che insiste sulla profondità psicologica della scrittura händeliana e sulla centralità della parola. Il risultato è uno spettacolo che non si limita a rileggere il repertorio, ma lo interroga, mettendo lo spettatore di fronte a un conflitto ancora attuale: quello tra apparenza e verità.

A rendere tangibile questa tensione è soprattutto la resa musicale e interpretativa, accolta da un pubblico partecipe e spesso visibilmente coinvolto. Già nella prima parte emergono momenti di forte impatto, come l’aria n. 5 di Tempo, affidata al tenore Ed Lyon, in cui il tempo si impone come forza inesorabile proprio mentre Bellezza si abbandona all’abbraccio seducente di Piacere, illudendosi di restare immutabile. È un passaggio chiave, in cui musica e regia convergono nel delineare l’inganno dell’eternità.

Di grande efficacia anche l’aria n. 7 di Bellezza interpretata da Johanna Wallroth («Un pensiero nemico di pace…»), dove la scena si riempie di segni visivi del tempo che scorre: sugli schermi immagini analitiche, ai lati una cornice di orologi che scandiscono con urgenza il fluire della vita. Qui la dimensione interiore del personaggio trova una traduzione concreta, quasi oppressiva, che restituisce il senso di un’inquietudine crescente.

Il trionfo del Tempo e del Disinganno, Johanna Wallroth (Bellezza)_ph Fabrizio Sansoni – Opera di Roma

Nel secondo tempo, il percorso drammatico raggiunge uno dei suoi vertici nell’aria n. 20 di Disinganno, interpretato da Raffaele Pe: è il momento del risveglio, della presa di coscienza che porta Bellezza a sottrarsi alla seduzione di Piacere. Gli applausi, insistenti e prolungati, segnano la partecipazione emotiva della sala, ormai pienamente coinvolta nella vicenda.

Ma è con l’aria n. 23, «Lascia la spina, cogli la rosa», che lo spettacolo tocca il suo apice emotivo. Anna Bonitatibus, nel ruolo di Piacere, offre un’interpretazione che conquista e seduce, trasformando la celebre pagina händeliana in un momento di intensa comunione con il pubblico. L’ovazione che segue, accompagnata da evidente commozione, testimonia la forza di un brano che continua a parlare con immediatezza, incarnando il fascino ambiguo di un invito a vivere l’attimo.

Il trionfo del Tempo e del Disinganno regia di Robert Carsen_ph Fabrizio Sansoni – Opera di Roma

Nel complesso, la produzione riesce a fondere linguaggi e tempi diversi in un equilibrio convincente: l’antico e il moderno non si contrappongono, ma si riflettono l’uno nell’altro, costruendo un’esperienza teatrale che risuona profondamente nello spettatore. Perché, al di là della costruzione allegorica, resta una verità semplice e universale, in quell’eterno conflitto tra consapevolezza e seduzione, tra tempo e piacere, ognuno finisce per riconoscere qualcosa di sé.

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