La Compagnia Moliere porta in scena dal 5 al 17 maggio Falstaff – L’arte di farla franca al Teatro Quirino con protagonista Emilio Solfrizzi, per la regia e il testo di Davide Sacco: una riscrittura contemporanea ispirata a William Shakespeare e Molière che rilegge due archetipi del teatro occidentale fondendoli in un’unica figura.
C’è qualcosa di familiare e insieme spiazzante nel Falstaff – L’arte di farla franca firmato da Sacco: un gioco teatrale che guarda al repertorio ma non si accontenta della citazione. Piuttosto, lo rimescola. Da una parte le Allegre comari di Windsor, dall’altra il Don Giovanni: due archetipi che qui collassano in una sola figura, un uomo che vive di parola e di menzogna, convinto, non senza ragioni, di poterla sempre fare franca.
Al centro della scena, Emilio Solfrizzi costruisce un Falstaff fresco, vivace, sorprendentemente leggero. La sua interpretazione richiama la commedia classica nelle movenze e nei tempi, ma senza mai scivolare nel manierismo: è piuttosto un miscuglio riuscito di registri e suggestioni che, nel loro intreccio, restituiscono una cifra pienamente contemporanea. Il suo è un affabulatore instancabile, sì, ma anche un uomo che si muove sul filo di una vitalità ostinata, quasi necessaria.
Merito anche di una regia che si distingue per precisione e controllo. Davide Sacco orchestra la macchina scenica con rigore quasi invisibile: non c’è sbavatura percepibile, neppure quando la sala si lascia andare a risate contagiose, spesso fragorose. Eppure il ritmo non si incrina mai, gli attori mantengono una concentrazione costante, come se il caos della platea fosse già previsto dentro la partitura.
Ne nasce una commedia che scorre con naturalezza, “pura” nel suo impianto, capace di rendere Falstaff non solo comprensibile ma persino simpatico. È qui che lo spettacolo compie il suo scarto più interessante: lo spettatore finisce per giustificare i suoi imbrogli, per accettare un mondo in cui le categorie di giusto e sbagliato sembrano evaporare. Resta solo ciò che è possibile, o probabile. E allora tutto si ribalta, un creditore può diventare un bandito, lo stipendio ai servi un’inutile zavorra. Dipende sempre dal punto di vista.
Attorno a Solfrizzi si muove un cast solido, tra cui Giorgio Borghetti, dentro uno spazio scenico circolare, esposto, quasi processuale, un luogo che non nasconde ma rivela, dove il protagonista è costantemente sotto lo sguardo del pubblico e, forse, di sé stesso.
A un certo punto, la domanda arriva, inevitabile: «Non sei stanco di essere sempre te stesso?». Falstaff, ovviamente, risponde no. Ed è in quella risposta che si annida il dubbio più persistente dello spettacolo. Forse, suggerisce Sacco senza mai esplicitarlo, il problema non è Falstaff, ma la misura con cui giudichiamo chi, nel bene e nel male, sceglie semplicemente di essere.
Resta allora una sensazione ambigua, quasi disturbante nella sua leggerezza, e se davvero non esistesse più un confine netto tra virtù e vizio, ma solo narrazioni diverse? Falstaff, in fondo, non vuole redimersi. Vuole vivere. E in questo, forse, trova una forma di libertà che il teatro, e lo spettatore, non riescono del tutto a condannare.
A chiudere il cerchio, non a caso, è proprio questo Falstaff: ultimo spettacolo della stagione, che lascia in sospeso una domanda più che una risposta.







