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Il Diavolo Veste Prada 2. Vent’anni dopo, il potere cambia volto

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Il diavolo veste Prada 2 di David Frankel

Dopo la prima milanese organizzata da Disney Italia e Rinascente Milano Piazza Duomo, tra evento di lancio e anteprime in quattro sale cittadine che hanno coinvolto oltre 2000 spettatori, Il Diavolo Veste Prada 2, atteso sequel del cult firmato 20th Century Studios, debutta oggi nelle sale italiane dal 29 aprile

Di fronte a certi titoli, la tentazione è sempre la stessa: chiedersi se sia davvero necessario tornare. Nel caso de Il Diavolo Veste Prada 2, la risposta non è immediata, ed è proprio questo a renderlo interessante. A distanza di due decenni da un film che ha definito un’epoca, Il Diavolo Veste Prada non è soltanto un cult: è un prisma attraverso cui osservare l’evoluzione del lavoro, dell’ambizione e dell’identità. Oggi, il sequel diretto da David Frankel prova a fare qualcosa di più complesso che riaccendere la nostalgia, tenta di misurare il tempo.

E il tempo, si sa, è spietato, anche per Miranda Priestly.

Per anni, l’idea di un seguito è rimasta sospesa, quasi impronunciabile. Troppo perfetto l’equilibrio del primo film, troppo compiuto il percorso di Andy Sachs. Eppure qualcosa è cambiato: non tanto nei personaggi, quanto nel mondo che li circonda. L’editoria tradizionale, il regno patinato di Runway, è stata travolta dalla rivoluzione digitale, e quella trasformazione diventa oggi il vero motore narrativo.

Frankel, insieme alla sceneggiatrice Aline Brosh McKenna, non riparte da dove avevamo lasciato i protagonisti, ma da ciò che li ha inevitabilmente cambiati. Se il primo film era un racconto di formazione, questo sequel si presenta come una riflessione sulla maturità: cosa resta delle scelte fatte? E soprattutto, quanto siamo disposti a comprometterci per restare rilevanti?

Al centro del film c’è una parola chiave: eredità. Non solo quella professionale, il destino di una rivista come Runway in un’epoca dominata dagli algoritmi, ma anche quella personale. Miranda, interpretata ancora una volta da Meryl Streep, si trova sull’orlo di una crisi che è insieme industriale ed esistenziale.

È una figura meno monolitica rispetto al passato, ma non per questo meno temibile. L’età, suggerisce il film, non ammorbidisce necessariamente, semmai libera da certe convenzioni. Il risultato è una Miranda più consapevole della propria fragilità e quindi, paradossalmente, più pericolosa.

Il ritorno di Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci non è un semplice esercizio di reunion. Il film lavora sulle dinamiche relazionali come su una sorta di famiglia elettiva, fatta di rivalità, affetto e dipendenze emotive mai del tutto risolte.

Andy non è più la giovane ingenua che cercava un posto nel mondo, ma una professionista affermata che deve fare i conti con il proprio passato. Emily, ora in posizione di potere, incarna una versione quasi speculare, e ironica, di ciò che un tempo temeva. Nigel, invece, resta il punto di equilibrio, testimone silenzioso di un sistema che cambia senza mai perdere del tutto se stesso.

Il Diavolo Veste Prada è sempre stato molto più di un racconto sulla moda: è uno stimolo glamour fatto di abiti (Dior, Versace, Armani, Givenchy, Gaultier, Gabriela Hearst, Dolce, Tiffany, Fendi, Balardi, Cucinelli scelti dalla costumista Molly Rogers) e poi, lustrini e sfilate, dove il desiderio di affermazione si intreccia al potere. Anche in questo sequel, la colonna sonora ritmata e l’energia visiva accompagnano una crescita personale che spinge a rialzarsi, a fare di più e forse meglio.

È un film che dà slancio, senza rinunciare alla dimensione emotiva, ma anzi inglobandola in un sistema più complesso. E se la “famiglia allargata” di Runway resta profondamente disfunzionale, continua comunque a funzionare, forse persino meglio proprio per questo.

C’è poi Miranda, interpretata da Meryl Streep, che in un momento più intimo lascia emergere una consapevolezza disarmante: «Il problema è che io amo il mio lavoro». Non è una giustificazione, ma una forma di dolce rassegnazione, il riconoscimento di non essere stata la madre perfetta.

Il film diventa così anche uno slancio verso l’accettazione: di ciò che siamo, dei nostri difetti, delle nostre scelte. Sempre però su quella passerella fatta di moda e glamour, che resta il suo inconfondibile trampolino di lancio.

Il rischio più grande di operazioni come questa è la nostalgia fine a se stessa. Ma Il Diavolo Veste Prada 2 sembra evitarlo scegliendo una strada più ambiziosa, usare il passato come lente per leggere il presente. Non si limita a citare battute iconiche o a replicare dinamiche già viste; prova piuttosto a interrogarsi su cosa significhi oggi avere successo, guidare un’azienda, restare rilevanti.

Il Diavolo Veste Prada 2 non nasce da un’esigenza industriale, ma da una domanda narrativa rimasta in sospeso per vent’anni: cosa succede dopo? La risposta non è rassicurante, né definitiva. È, piuttosto, umana.

E in un panorama cinematografico spesso ossessionato dalla ripetizione, questo, paradossalmente, è già un atto di stile.

Il film si muove tra New York City e Milano, due capitali della moda che riflettono anche due visioni del mondo. New York resta il centro nevralgico del potere editoriale, mentre Milano introduce una dimensione più artistica, quasi contemplativa.

Location come Galleria Vittorio Emanuele II con il fermo immagine su Meryl Streep rimarrà iconico nel cinema, così come l’Accademia di Brera non è un semplice sfondo, ma entrambi sono elementi narrativi che amplificano il contrasto tra tradizione e cambiamento.

Il Diavolo Veste Prada 2 non vive di citazioni, ma di domande. Cosa significa avere potere oggi? Come si resta rilevanti in un mondo che cambia continuamente? E soprattutto: è ancora possibile guidare senza ascoltare?
Il film non offre risposte definitive, ma osserva con lucidità un passaggio generazionale inevitabile.

(Center) Emily Blunt as Emily Charlton in 20th Century Studios’ THE DEVIL WEARS PRADA 2. Photo courtesy of 20th Century Studios. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.
Se nel 2006 il diavolo vestiva Prada, oggi forse indossa qualcosa di meno riconoscibile. Forse è diventato più umano. O forse ha semplicemente imparato che il potere, per sopravvivere, deve cambiare forma.