Dal 29 aprile all’11 maggio va in scena “Crisi di nervi- tre atti unici”, una produzione firmata Tieffe Teatro Milano, Teatro Biondo di Palermo e Teatro Quirino di Roma, con la regia del maestro Peter Stein. Lo spettacolo, al Teatro Quirino presenta tre atti unici di Anton Čechov, nella traduzione e adattamento curati dallo stesso Stein insieme a Carlo Bellamio
Una scena spoglia, nera, tagliata da sedie come scheletri in attesa, e un’umanità intrappolata nei propri tic emotivi. “Crisi di nervi” il trittico cechoviano portato in scena con chirurgica lucidità da Stein. Un’indagine sul grottesco quotidiano, su personaggi che si muovono in una zona grigia fra tragicità e ridicolo. Non grandi drammi, ma piccole implosioni.
Dopo il successo con Harold Pinter, Stein torna alla materia cechoviana con una compagnia consolidata — Maddalena Crippa, Gianluigi Fogacci, Alessandro Averone, Sergio Basile, Emilia Scatigno, Alessandro Sampaoli — e ci restituisce tre “scherzi scenici” che sono tutt’altro che semplici burle in “Crisi di nervi”. Qui la comicità è uno strato sottile sopra un abisso.

Il primo atto, “L’Orso” (con Maddalena Crippa, Sergio Basile, Alessandro Sampaoli) si apre con la voce rassegnata del maggiordomo che, con tono cupo e rituale, esclama: “Viviamo come ragni, non vediamo mai la luce del giorno”.
È l’immagine di una casa velata dal lutto, immersa in una penombra emotiva, che riflette la punizione autoinflitta dalla vedova, una promessa di fedeltà eterna a un marito morto e, forse, mai veramente amato. Una condanna a vita che somiglia più a una posa che a un sentimento reale.
Ma l’equilibrio lugubre di questo microcosmo domestico viene sconvolto dall’arrivo del tenente di artiglieria in congedo — “l’orso”, appunto — che irrompe con la sua carnalità sfrontata, chiedendo il saldo di un debito e portando con sé una dose di realtà e vitalismo inaccettabile per quel mondo stagnante. È lui a scombussolare l’anima famelica d’amore della protagonista, smascherando il suo bisogno non solo di essere amata, ma di essere vista, riconosciuta, provocata.
In questo episodio si coglie la straordinaria capacità umana di trasformare un conflitto in un contatto, attraverso dettagli impercettibili: un sorriso, un gesto imperioso, una vulnerabilità confessata. È proprio la diversità bisognosa e accogliente dell’altro a far scattare la scintilla. La rabbia e l’aggressività sfociano in un duello improbabile tra una donna e un uomo, e si concludono con un bacio.
Quel bacio, nella messa in scena di Stein, richiama chiaramente, e volutamente, “Il bacio” di Francesco Hayez: un’icona romantica che irrompe nella scena come simbolo di un’intimità improvvisa, nata dalla frizione e non dalla seduzione. L’ironia si eleva così a linguaggio universale dell’attrazione che nasce nell’inatteso.

Il secondo episodio, “I danni del tabacco” con Gianluigi Fogacci è un monologo travestito da conferenza, un piccolo capolavoro di autoironia e disperazione mascherata. Il protagonista è un uomo incastrato nel matrimonio, oppresso da una moglie tirannica, costretto da oltre trent’anni a tenere una lezione di carattere scientifico sui pericoli del tabacco, una lezione che non ha mai davvero luogo. L’asma che lo tormenta è iniziata alla nascita della quarta figlia, oggi sono sette, come se il suo stesso corpo reagisse allergicamente alla vita che gli è stata imposta.
È responsabile di tutto, economato, bilanci, famiglia, eppure nessuno lo ascolta, se non forse quel pubblico che si ritrova davanti e a cui rivolge un disperato appello: non un’esposizione, ma uno sfogo, uno scivolamento nervoso in cui l’uomo rivela di essere stato ridotto, letteralmente, a uno spaventapasseri, come lo chiama la moglie.
Il pubblico diventa complice, bersaglio e unico interlocutore, nella sua tentata, e fallita, fuga nervosa. Quando finalmente si lascia andare e si confessa, viene richiamato brutalmente dalla moglie, figura invisibile ma onnipresente, e tutto torna al punto di partenza. Nessuna vera lezione, solo il ripetersi grottesco di un supplizio esistenziale.

Il trittico si chiude con “La domanda di matrimonio” (con Alessandro Averone, Sergio Basile, Emilia Scatigno) il più fisicamente intenso dei tre atti. Qui il testo di Čechov esplode in una raffica di battute e botta e risposta che diventano vere e proprie crisi convulsive, teatrali, ma al tempo stesso profondamente umane.
La protagonista, una massaia istruita, efficiente, non bella, si confronta con un pretendente altrettanto imperfetto: lui stesso dichiara “Se si aspetta l’amore ideale non ci si sposa mai”. È un matrimonio non di passione, ma di strategia, quasi un ripiego reciproco per entrambi.
Quel che segue è un duello nevrotico e tragicomico, dove i caratteri nervosi e altezzosi dei due protagonisti si alternano in un turbine di recriminazioni e interruzioni, di slanci e ripensamenti.
Bravissima Emilia Scatigno, capace di dare corpo a una donna che implode e si accartoccia sotto il peso di una logorrea affettiva che non riesce a gestire.
Tutto ha origine da una lite assurda sulla proprietà del “Prato del Nove” e prosegue con una discussione furiosa su quale dei due cani di ciascuna famiglia sia superiore. Questioni sciocche e futili, certo, ma affrontate con un’intensità quasi performativa, come se ogni parola fosse una posta in gioco esistenziale. Čechov, in questo atto, mostra come l’ossessione per l’ordine e il controllo possa sabotare anche i desideri più elementari, e Stein lo asseconda con una regia serrata, ritmica, quasi claustrofobica.
“Crisi di nervi” non è solo uno spettacolo ma un esercizio di discesa nei meccanismi inceppati dell’animo umano. L’approccio di Stein e la qualità interpretativa della compagnia, ricca di dettagli, movenze e particolari umani e isterico-patologici, lasciano lo spettatore coinvolto e divertito a tratti nel riconoscersi in alcune umane follie delineate da Čechov.







