Mancano ormai pochi mesi alla chiusura di Chromotherapia. La fotografia a colori che rende felici, la mostra ospitata all’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici e curata da Maurizio Cattelan e Sam Stourdzé. L’esposizione, inaugurata con grande successo nei mesi scorsi, rimarrà aperta fino al 9 giugno 2025, offrendo ancora per tutta la primavera e parte dell’estate un’esperienza visiva intensa e coinvolgente
La mostra Chromotherapia è una vera e propria dose di benessere. Lo si intuisce sin dall’ingresso, dove un pannello esplicativo accoglie i visitatori con la domanda: “E se il colore potesse salvarci?”. E in effetti l’intero percorso espositivo si configura come una seduta di cromoterapia. Nelle sale si alternano rossi accesi, gialli vibranti, blu profondi: un’orgia cromatica che travolge e rigenera, innescando sensazioni fisiche e psicologiche di leggerezza e vitalità.
Il percorso inizia con le fotografie di Walter Chandoha, maestro delle immagini di animali domestici nel secondo dopoguerra. Gatti e cuccioli occupano gigantesche pareti con la grazia della quotidianità trasformata in icona.
Poco più avanti, la scena si apre su una sala interamente dedicata a Madame Yevonde, fotografa e femminista pioniera del primo Novecento. Attivista convinta, si unì al movimento delle suffragette per il diritto di voto alle donne, e aprì uno studio fotografico a Londra già prima della Prima guerra mondiale, in un’epoca in cui la professione era quasi esclusivamente maschile.
Fu una delle prime a sperimentare il processo Vivex, una tecnica di stampa a colori rivoluzionaria sviluppata alla fine degli anni ’20. Il procedimento richiedeva tre negativi separati su lastre di vetro, uno per ciascuno dei colori primari, magenta, ciano e giallo, anticipando così di decenni l’estetica dei filtri colorati degli anni ’60. Le sue clienti, spesso donne dell’alta società, venivano ritratte come divinità mitologiche, tra atmosfere oniriche e colori saturi che sovvertivano i codici visivi tradizionali. Un’operazione di ribaltamento dell’immagine femminile ante litteram, che oggi torna a parlare con una sorprendente attualità.
Accanto a lei, William Wegman cattura l’attenzione con i suoi ritratti iconici di cani vestiti da esseri umani, realizzati con l’iconica Polaroid gigante (20×24 pollici). Il suo cane Man Ray, protagonista di molte immagini, diventa specchio giocoso e inquieto del comportamento umano, interrogando con ironia i confini tra soggetto e oggetto, animale e persona.
La mostra prosegue con una sezione dedicata al mondo della moda, che diventa qui lente di ingrandimento su estetica, desiderio e identità. Il visionario Guy Bourdin, audace e provocatorio, firma campagne e editoriali per Vogue France, Harper’s Bazaar, Yves Saint Laurent, Chanel e Versace. Le sue immagini sono drammatiche, sensuali, disturbanti.
Accanto a lui, Hiro, fotografo nippo-americano, porta in mostra i suoi scatti raffinati ispirati al Surrealismo europeo. Le sue composizioni, dense di riferimenti a Giorgio de Chirico e René Magritte, trasformano la moda in metafora e sogno.
Un altro nucleo centrale della mostra è il tema della femme fatale, esplorato attraverso i cliché della cultura pop e reinterpretato da artisti contemporanei.
Miles Aldridge, con le sue immagini glamour e teatrali degli anni ’90, utilizza l’estetica patinata per riflettere sull’alienazione e la costruzione dell’identità femminile. Alex Prager, invece, attinge alla grammatica cinematografica dell’età d’oro di Hollywood, evocando una memoria collettiva fatta di archetipi, sospensioni emotive e citazioni mitologiche.

Le ultime sale della mostra, distribuite lungo un suggestivo corridoio in salita, sono un’esplosione di colore e significato. In primo piano il cibo, tema esplorato con occhio ironico e critico.
Martin Parr, dal 1970, documenta la società dei consumi attraverso fotografie ipersature, con tavole imbandite, mercati e piatti fotografati da distanze ravvicinate che trasformano l’ordinario in spettacolo.
Nell’ultima sezione, il colore si fonde con le culture del mondo. Le fotografie di Hassan Hajjaj, artista tra Marrakech e Londra, sono una celebrazione visiva delle identità ibride: ritratti che mescolano moda, street culture, influenze africane e occidentali, il tutto incorniciato da motivi decorativi ispirati all’arte islamica.
Chiude idealmente il percorso il duo Pierre et Gilles, con le loro immagini barocche e ultracolorate, in cui spiritualità, sensualità e mitologia si fondono in un linguaggio visivo potentemente kitsch. Il loro lavoro è spesso accostato a quello di James Bidgood, fotografo americano noto per l’omoerotismo fiabesco e artificiale delle sue composizioni.
Naturalmente, non tutti gli artisti in mostra sono stati citati in questo articolo. L’invito è a scoprirli dal vivo, lasciandosi guidare dall’istinto, dall’emozione e dal potere evocativo delle immagini.
Chromotherapia. La fotografia a colori che rende felici è visitabile fino al 9 giugno 2025, tutti i giorni tranne il martedì, presso Villa Medici, Viale Trinità dei Monti, Roma.







