Il primo giorno del 2026 Roma si è raccontata attraverso Capodarte, una costellazione di eventi sparsi tra musei, teatri, piazze e spazi culturali. Un dispositivo ormai rodato, che da alcuni anni prova a sostituire il tradizionale Capodanno con una proposta diffusa, diurna, apparentemente più inclusiva e simbolicamente carica: quest’anno dedicata agli ottant’anni dell’Assemblea Costituente
Più che nei numeri, comunque rilevanti di oltre 70 mila persone Capodarte va osservata nei suoi effetti concreti: come e dove le persone si muovono, cosa scelgono di fare, che tipo di relazione si crea tra città e cittadini. È da qui che abbiamo deciso di partire, costruendo un nostro attraversamento della giornata.
All’Ara Pacis, l’apertura gratuita del museo e della mostra Impressionismo e oltre ha offerto uno dei momenti più convincenti dell’intero programma. Non solo per il valore delle opere, ma per la possibilità, rara, di sostare senza consumo, senza fretta, in uno dei luoghi più iconici e controllati della città. In quel contesto, l’idea di cultura come bene comune ha trovato una traduzione semplice e concreta, lontana dalla retorica.
Il cambio di passo è arrivato all’Auditorium Parco della Musica, dove il centro della scena non era più l’opera d’arte ma il corpo. Qui la danza ha funzionato come vero linguaggio trasversale: swing, danze popolari, rock and roll, tango, dentro e fuori gli spazi dell’Auditorium, con persone di tutte le età coinvolte e divertite. Non uno spettacolo da guardare, ma una pratica da condividere.
In un tempo urbano spesso frammentato e sorvegliato, vedere generazioni diverse danzare insieme ha restituito per qualche ora l’idea di uno spazio pubblico realmente abitato. Cominciare l’anno così, danzando, è stato, forse, il gesto più politico della giornata.
Il passaggio al Teatro dell’Opera di Roma ha riportato il discorso su un piano più esplicitamente culturale e sociale. All’interno della maratona realizzata in collaborazione con Binario 95 e Caritas Roma, in programma il talk con Ascanio Celestini e aseguire, il duo formato da Finaz alla chitarra e Petra Magoni alla voce ha costruito un set essenziale, basato sull’ascolto reciproco e sull’equilibrio tra improvvisazione e misura. Un momento raccolto, quasi fragile, che ha funzionato proprio perché sottratto alla spettacolarizzazione. In un grande teatro, abituato alla monumentalità, è emersa una dimensione più umana e porosa.
Nel suo insieme, Capodarte 2026 ha mostrato una città capace di aprirsi a una pluralità di linguaggi e di pubblici.







